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Come mai, adesso che la nave Anapa è alla deriva, qualcuno ritira fuori la questione dell’unità della Categoria? In evidenza

ROBERTO BIANCHI, DIRETTORE RESPONSABILE DI SNACHANNEL ROBERTO BIANCHI, DIRETTORE RESPONSABILE DI SNACHANNEL

Nella comunicazione ci sono alcuni trucchi che, se utilizzati sapientemente, conquistano facili consensi e pongono coloro che non la pensano nello stesso modo in una condizione di disagio, quasi di sacrilegio ideale. Nel cinema, per esempio per far piangere gli spettatori basta far piangere gli attori, soprattutto se sfigati di qualsiasi età o colore della pelle e guai a dire che il film era stucchevole, perché si viene subito accusati di cinismo e di insensibilità.
Nel nostro ambiente sindacale invece è sufficiente prendere in prestito le sacre scritture per ottenere facile consenso e nel contempo l’isolamento per blasfemia di coloro i quali sostengono che la citazione è stata fatta a sproposito: “non fare il sofista, la verità è che non sei d’accordo sul contenuto della parabola, non sulla sua citazione”.
I più laici fanno ricorso al latino, certi che nessuno abbia il coraggio di smentire il valore morale assoluto di detti roboanti come: “frangar, non flectar”, ovvero mi spezzo, ma non mi piego. È evidente che chiunque dovesse affermare il contrario, ovvero mi piego, non mi spezzo, farebbe giustamente la figura del viscido e del vigliacco. Per abbondare, il collega che si firma Unità della categoria nel suo commento al mio editoriale ha fatto ricorso a entrambi gli espedienti, dapprima citando l’espressione latina “divide et impera”, per dire che le Compagnie ci dividono per comandare e poi all’allegoria sacra della pagliuzza e della trave nell’occhio per significare che ci accorgiamo puntigliosamente dei difetti di chi non la pensa come noi, ma siamo ciechi di fronte ai nostri stessi difetti, cosicché tendiamo ad allontanare piuttosto che a unire.
Bene, allora tocca a me l’ingrato compito di sostenere che io la penso all’opposto e che l’unione a tutti i costi porta spesso molto più danno di una dialettica contrapposizione di idee il cui scopo sia quello di non snaturare la sostanza delle rispettive convinzioni. Quando infatti Vincenzo Cirasola ha capito che il Sindacato non si riconosceva in lui e che la stragrande maggioranza avrebbe seguito Claudio Demozzi nella direzione della tutela delle libertà imprenditoriali e della difesa dei diritti conquistati in cento anni di attività sindacali, pur di favorire le buone relazioni industriali con le Imprese e di mantenere gli equilibri di sistema, ha legittimamente deciso di fondare il suo bonsai associativo, fiancheggiatore delle Imprese più geneticamente che per convinzione, piuttosto che cercare il dibattito interno in SNA. E a mio avviso ha fatto bene. Certo non poteva prevedere che i suoi co-fondatori si sarebbero defilati uno ad uno lasciandolo praticamente solo e neppure che, per mancanza di materia prima e cioè di iscritti, non gli sarebbe mai stato possibile festeggiare neppure la millesima adesione.
Forse non avrebbe potuto prevedere - anche se il leader maximo che crea un’associazione a propria immagine e somiglianza dovrebbe possedere maggiore capacità previsionale - che lo SNA portasse a casa successi come la Collaborazione tra intermediari iscritti al RUI, la sigla di un CCNL dei dipendenti di agenzia sostenibile nel tempo, il risanamento del Fonage, l’instaurazione di inediti rapporti costruttivi con il mondo politico e con le Autority, tanto da confermarsi l’unica vera rappresentanza degli Agenti di assicurazione italiani.
Sta di fatto che Anapa è nata prendendo le distanze da SNA e sta sparendo alla deriva a causa del perdurare della bonaccia di idee di cui è vittima. Qualcuno gli chiede di risalire il vento cercando di rientrare nella bolina dello SNA? No, perché sarebbe come chiedere a un vegano di mangiare una bistecca. Ma sarebbe altrettanto contro natura chiedere al nostro Sindacato di abbandonare la linea della fermezza cui sono ispirate le sue scelte degli ultimi 5 anni e di ricercare alleanze ad ogni costo, dal momento che sarebbe come pretendere da un leone che diventi vegetariano. Cosicché il suggerimento proveniente da taluni i quali, guarda caso, non hanno mai nascosto la propria ammirazione per il comandante della nave in rotta verso l’isola che non c’è, di effettuare un matrimonio almeno per interesse se non per amore, suona strano e persino sospetto, come se la citazione dell’adagio popolare l’unità fa la forza, che pochi hanno il coraggio di sfatare data la sua ovvietà astratta, servisse in questo caso a lanciare un salvagente all’eterno Peter Pan che sta affondando al largo.
No, cari colleghi, secondo me fare pateracchi matrimoniali non serve alla Categoria, in un momento nel quale è chiaro che il diritto alla sopravvivenza e il mantenimento della centralità distributiva agenziale si possono garantire soltanto attraverso la definizione, prima di tutto culturale e sociale, di un Agente capace di difendere le proprie autonomie professionali e imprenditoriali dall’aggressività delle fabbriche prodotti. Ciascuno pertanto faccia la sua parte e i fatti dimostreranno anche nel futuro, come è accaduto spietatamente finora, da che parte sta la ragione.
Di conseguenza, posto pleonasticamente che una rappresentanza unica sarebbe l’ideale, ma essendo del tutto impossibile una fusione di ideali condivisi data la distanza incolmabile che separa SNA e Anapa, tra una separazione coerente e un legame innaturale, preferisco di gran lunga la prima perché per dirla come i latini – dal momento che stavolta mi prendo io il gusto di fare una citazione - “intra duobus malis, minor est semper eligendum “: tra due mali è sempre meglio scegliere il minore.
Altra cosa è accogliere o ri-accogliere al nostro interno i fuoriusciti da Anapa e fare tesoro della loro eventuale diversità di pensiero per arricchire il dibattito interno al Sindacato. Fermo restando però, che la linea politica si fa nella sala del Congresso Nazionale per il bene della Categoria, non nei corridoio per la spartizione delle poltrone (e stavolta ho fatto mio il pensiero del nostro Presidente Claudio Demozzi in tema di democrazia sindacale).
Roberto Bianchi

11 commenti

  • Guido Ferrara
    Guido Ferrara Venerdì, 23 Giugno 2017 11:41 Link al commento

    Solo Cirasola ed Ulivieri sono riusciti evidentemente a spuntare per sè stessi la "pari dignità" Intermediario/Mandante , visto che rimangono così convinti sulle loro posizioni, ma per gli iscritti dei rispettivi gruppi resta sempre il sogno del disperso nel deserto in cerca di una fonte per dissetarsi.

  • agente Zurich
    agente Zurich Giovedì, 22 Giugno 2017 18:53 Link al commento

    Bye Bye Enrico.....

  • Felice
    Felice Giovedì, 22 Giugno 2017 10:30 Link al commento

    Qualcuno ha provato a vincere il Congresso e ha perso. Ha provato ad allearsi con il presidente demozzi e non c'è riuscito. Ha provato a fare un altro sindacato per dimostrare che sono tutti con lui e è rimasto solo... vincenti si diventa o si nasce?!!

  • Ag00386@
    Ag00386@ Mercoledì, 21 Giugno 2017 22:09 Link al commento

    Ma quando non ci sarà più il vecchio Roberto Bianchi a scrivere queste sante verità come faremo? Consiglierei al presidente Demozzi di cominciare a cercare validi sostituti per non trovarci un giorno a piedi. Condivido ogni passo di questo scritto. Complimenti sinceri al sindacato e al Roberto Bianchi

  • sud
    sud Mercoledì, 21 Giugno 2017 11:46 Link al commento

    Ulivieri dove si colloca ?

  • Francesco Grondona
    Francesco Grondona Mercoledì, 21 Giugno 2017 00:48 Link al commento

    Cultura prima di tutto !

  • Demetrio Sammarco
    Demetrio Sammarco Martedì, 20 Giugno 2017 13:38 Link al commento

    Bravo Roberto!! Analisi lucida quanto spietata. Meglio una buona separazione che un pessimo matrimonio! Avanti per la strada maestra tracciata dal Presidente Demozzi e dal suo EN e benvenuti i figliol prodighi che vorranno dare il loro contributo di idee all'unico vero Sindacato.

  • Aldo
    Aldo Martedì, 20 Giugno 2017 10:57 Link al commento

    La stagione del Sna è appena cominciata dopo quasi cento anni! Altri hanno cambiato casacca due o tre volte negli ultimi dieci anni pur di poter bussare alle porte delle stanze che contano e non si rassegnano a tornare a vendere polizze per vivere...

  • Sandokan
    Sandokan Martedì, 20 Giugno 2017 10:46 Link al commento

    Bravo Bianchi, basta inciuci basta inciuci basta inciuci

  • Mario Alberto
    Mario Alberto Martedì, 20 Giugno 2017 10:43 Link al commento

    Unita della Categoria per prima cosa firmati con nome e cognome, poi smettila di essere patetico.non ti accorgi che anche tu sei rimasto solo a pensarla in un certo modo?!!

  • Unità della categoria
    Unità della categoria Lunedì, 19 Giugno 2017 23:42 Link al commento

    La politica del celodurismo tanto cara al leader della lega nord Umberto Bossi negli anni novanta del secolo scorso non ha portato molto bene al suo partito. Aver basato la politica di quel periodo su un concetto semplice ma assolutamente concreto ed efficace quello di distanziarsi dalle istituzioni tradizionali per non perdere di vista quello che deve essere per tutti il vero referente della politica: il popolo.
    Questo, tra l’altro, in opposizione a tutti i precedenti politici, gli uomini della Lega Nord non dovevano caratterizzarsi per il loro sofisticato e contorto intellettualismo (tipico dei politici con le mani sporche): i leghisti dovevano caratterizzarsi per una rinnovata integrità morale, che si rifletta a sua volta in un’integrità fisica primordiale, spontanea e incontrollabile. Non possiamo definire il celodurismo esclusivamente un linguaggio politico che serviva per attirare le simpatie di questo o quell’altro o per ottener un consenso in più o in meno, no, è proprio un’idea malsana di rivendicare un ruolo, un atteggiamento di superiorità che ha deviato la cultura in qualcosa di brutale, di volgare, contro tutti gli sforzi compiuti nei decenni precedenti per emancipare e far progredire il popolo a un livello culturale e democratico superiore, a beneficio di tutte le classi sociali.
    Ora non vorrei che questa sindrome (che attanaglia molti quando raggiungono posizioni di potere con un desiderio, per lungo tempo represso di poter finalmente gridare all’universo: qui comando io e non lui) abbia colpito persone che personalmente ritengo intelligenti e che hanno la capacità di guardare oltre…… quello che appare. “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù.” Da l’attimo fuggente.
    Penso che la cultura dell’inclusione sia il primo passo per favorire in maniera sistematica i processi d’integrazione e il positivo riconoscimento delle differenze. Questa forza la può esercitare e attuare soltanto chi si sente forte delle proprie idee e non urlare ho ragione, avevo ragione, e urlare sempre tutte le colpe e nefandezze degli altri. Sappiamo tutti che quel gruppuscolo ha negativamente svolto con il preciso intento oltre che cercare di contrastare il nuovo che avanzava ha cercato scientemente la distruzione di quel che restava della categoria. Inutile tornarci sopra lo sappiamo molto bene e nessuno mai potrà perdonarglielo.
    Credo che questa grande sfida occorre accettarla, per il bene della categoria, e che può essere vinta se si punta sulla giustezza delle proprie idee, sulla capacità di convincimento dialettico e attivando percorsi inclusivi intesi come disponibilità al dialogo continuo. Non si tratta, di creare condizioni di normalizzazione, occorre dare spazio e voce alla ricchezza della differenza.
    E poi scusate ma, penso che non dobbiamo temere tanto i nemici, ma temere i falsi amici. Quelli che ti sorridono, si fingono tali, ti assecondano sempre e sono quelli che poi ti pugnalano alle spalle o ti avvelenano lentamente. In realtà è difficile che un falso amico non dia segnali che possano metterci in guardia, il problema è che troppo spesso non vogliamo vederli o ci fa comodo così, fidarci della persona sbagliata perché in quel momento vogliamo forse farci male anche se non lo sappiamo o siamo troppo fragili.
    Un nemico sappiamo che sta dall’altra parte, non può tradirci, a un nemico non concederemmo mai la fiducia e lo spazio nella nostra vita che concediamo a un falso amico e quindi un falso amico può farci molto più male. Gesù fu tradito da Giuda, suo discepolo che sedette a tavola con Lui fino all’Ultima Cena e lo baciò perfino; Cesare fu tradito da Bruto a lui così vicino che la tradizione vuole che le sue ultime parole siano state: “Tu quoque, Brute, fili mi!”.
    Quando ci fidiamo o diamo spazio ai falsi amici invece di dar retta e tenerci stretti i veri amici siamo rovinati. Bisogna guardare nel cuore dei nostri amici o presunti tali e poi nel nostro, ma con sincerità, è la parte più difficile, siamo i primi e bravi mentitori di noi stessi. Ma quando impariamo a guardarci in faccia e nell’anima senza alibi e infingimenti potremo anche evitare di permettere agli altri di farci del male, sapremo scegliere i nostri amici, quelli veri, e allontanare quelli falsi.

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