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Lo smart contract è abbastanza tutelante per il consumatore medio? Cos'è e come funziona. Tutti i pro e tutti i contro In evidenza

Lo smart contract è abbastanza tutelante per il consumatore medio? Cos'è e come funziona. Tutti i pro e tutti i contro

MILANO - Smart contract. Il sostantivo contract può essere tradotto come contratto, accordo o patto. Possiamo considerare, credo, contratto ed accordo sinonimi; patto ha un senso più profondo e più forte, di un legame stretto fra due soggetti, il cui scioglimento non è privo di conseguenze. Comunque, contract sottintende l’accettazione e la sottoscrizione da parte di una persona di determinate condizioni. L’aggettivo smart assume in italiano significato più numerosi e più sfumati: intelligente, elegante, brillante, sveglio (anche nel senso di furbo), rapido, bello, di moda e… aspro.
Tecnicamente, gli smart contract, così come definiti da Wikipedia, “sono protocolli per computer che facilitano, verificano, o fanno rispettare, la negoziazione o l'esecuzione di un contratto, o che evitano il bisogno di una clausola contrattuale. Gli Smart contract, di solito, hanno anche un'nterfaccia utente e spesso simulano la logica delle clausole contrattuali. I sostenitori degli smart contract affermano che molti tipi di clausole contrattuali possono quindi essere rese parzialmente o integralmente automatizzate, auto-ottemperanti, o entrambe le cose. Gli smart contract aspirano ad assicurare una sicurezza superiore alla contrattualistica esistente e di ridurre i costi di transazione associati alla contrattazione”. Mi soffermerei sull’ultima frase, in cui si fa riferimento ad un ipotetico aumento della sicurezza e ad una contrazione dei costi tra gli auspicati vantaggi di questo tipo di contratto. Non è un’illazione di Wiki, che in effetti specifica trattarsi di obiettivi perseguiti dai sostenitori dello strumento.
Chi se ne intende, combina concettualmente l’utilizzo degli smart contract in associazione con la blockchain, database permanente e decentralizzato di transazioni crittografate cui sono collegate più postazioni interconnesse e sincronizzate alla medesima rete e definite “nodi”, tramite cui è possibile scambiare dati senza doversi avvalere di provider di posta elettronica o servizi in cloud. Si tratta di un sistema nel quale ogni operazione viene validata da ciascun nodo e tutte le transazioni sono per sempre memorizzate e tracciabili. Il modello dello smart contract potrebbe essere immesso nella catena ed utilizzato come perimetro per inquadrare contrattualmente le operazioni tra i “nodi”. È abbastanza evidente che – come sempre, quando si sceglie di bypassare l’intervento professionale – l’automatizzazione di un processo nei suoi vari passaggi può comportare in effetti una riduzione dei costi. Quanti e quali sono i contratti per l’esecuzione dei quali è espressamente richiesta dalla legge o importante per il consumatore una consulenza specializzata? Nel “migliore dei mondi” – quello che ogni professionista davvero qualificato, onesto e trasparente cerca di costruire, quello in cui Sna insiste perché nella traduzione IDD la polizza venga definita, appunto “contratto” o “servizio” e non “prodotto” – per firmare un contratto consapevolmente bisogna conoscerne bene i contenuti. E sono davvero pochi i contratti che non richiedono un supporto alla comprensione, dall’acquisto di un immobile senza l’ausilio di un notaio alla sottoscrizione di una polizza senza la consulenza di un intermediario professionale.
Perciò uno smart contract può essere certamente economico per il venditore, ma è davvero sicuro per l’acquirente? Anche se la blockchain per sua natura verifica e valida tutte le transazioni, la questione non è la legittimità delle operazioni, che può anche non essere in discussione. Il punto è: quanto saranno semplificate le interfacce? Quanto comprensibili gli schemi contrattuali all’utente medio? Chi – se parliamo di servizi assicurativi – ne garantirà l’adeguatezza rispetto ai bisogni del cliente? In altre parole: lo smart contract tutela i diritti del cliente medio? Quello non troppo informato, che punta troppo sul risparmio e poco sulla qualità? Quello che ha fretta di concludere? Quello che non ha gli strumenti culturali per interpretare correttamente le clausole? Quello digitalizzato, ma non troppo? E così, lo smart contract potrà senz’altro essere intelligente (se ben impostato), elegante (se semplice, ma non si rischia di semplificare in maniera eccessiva?), sveglio (nel senso di furbo, ma nel caso di un contratto fra due soggetti siamo sicuri che sia una qualità positiva?), rapido (questo certamente), di moda (senz’altro)… ma non si rischia che, alla fine, assuma un sapore aspro per almeno uno dei due contraenti?
Alessandra Schofield

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