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Richiesta di rettifica. Riceviamo e pubblichiamo. La replica di Snachannel In evidenza

Richiesta di rettifica. Riceviamo e pubblichiamo. La replica di Snachannel

Prendo atto del fatto che – secondo quanto affermato dall’avv. Ritrovato - l’agente revocato di cui si parla nel mio editoriale non era iscritto né al Gagi né ad Anapa (peraltro nella frase citata tale iscrizione non era affermata ma solo supposta, avendo utilizzato la locuzione “può darsi”).
Ma in fondo, rispetto al tema da me affrontato, che prendeva spunto da un fatto di cronaca per sfociare in una riflessione di carattere politico, che differenza fa se un agente Generali è storico o spurio in quanto proveniente dalle file di un’altra impresa assorbita, se è iscritto ad un Gaa o a un altro o magari a nessuno, se è stato revocato per giusta causa o ad nutum, se ha chiesto tutela o ha preferito difendersi da solo, se è alto o basso.
Secondo quanto scritto dalla società di consulenza che cura gli interessi del collega - e anche su questo avevo posto la necessaria riserva - ciò che io sostenevo e che ribadisco in questa sede è tutt’altro: una compagnia non può cambiare le serrature di un’agenzia, neanche dopo avere inoltrato all’agente comunicazione di revoca. Almeno a giudicare dai commenti posti in calce al mio editoriale, risulterebbe inoltre che la compagnia Generali, come forse anche altre, non è nuova a questo comportamento che considero improprio innanzitutto perché nel pacchetto di prassi consolidate che le compagnie si sono impegnate con l’Antitrust a non reiterare per non porre limiti alla libera concorrenza in campo assicurativo, c’è anche il patto trilatero e quindi la facoltà della mandante di appropriarsi autoritariamente dei locali dell’agenzia. E se una compagnia cambia il lucchetto senza il consenso dell’agente cessante, viola il diritto di quest’ultimo di rimanere in quei locali per svolgere la sua attività imprenditoriale per conto di una o più nuove imprese.
Inoltre, sempre stando a quanto appreso nella comunicazione della società di consulenza che cura gli interessi del collega in specie, ci sono limiti nell’esercizio del potere che dovrebbero impedire la spedizione di una pec di revoca che tutti in agenzia possono leggere tranne l’interessato, al quale la mandante ha neutralizzato la password di accesso al sistema di compagnia. Ragione per cui la e mail di revoca contenente le eventuali motivazioni, a dire poco riservate, può essere stata letta da tutte le impiegate e da eventuali collaboratori di agenzia eventualmente autorizzati all’utilizzo della posta elettronica di agenzia, dagli ispettori che hanno consegnato copia della pec all’agente, ma non da lui stesso che ne era l’unico destinatario. Questo è molto di più di una semplice violazione della privacy che non sta a me valutare, si tratta piuttosto di scarsa considerazione delle conseguenze morali e psicologiche che possono derivare ad un essere umano cui viene meno l’impalcatura di sicurezze sulle quali ha costruito il suo edificio di rapporti familiari e sociali.
E allora non è significativo dal punto di vista politico-sindacale sapere se un agente che subisce le azioni della compagnia è iscritto o meno a questo o a quel sodalizio, l’importante è difendere il principio dell’indipendenza imprenditoriale di tutti agenti e la loro dignità personale prima ancora che professionale. Un caso individuale, quando ha valenza collettiva, va trattato con l’azienda a prescindere dalla richiesta di tutela del singolo e dalla sua appartenenza associativa.
Roberto Bianchi

IN ALLEGATO LA RICHIESTA DI RETTIFICA
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Nota a margine
Per tornare agli effetti devastanti di una revoca sugli equilibri familiari, morali, psicologici, sociali degli interessati, non stupisca pertanto la tragica scelta di quel collega che si spara un colpo alla tempia e la fa finita per la vergogna di dover spiegare alla moglie e ai figli i motivi per cui, da un momento all’altro, sono finiti sul lastrico. Sì, signori, perché perdere un mandato senza la possibilità almeno di rimanere nei locali di agenzia per accogliere i propri clienti e spiegare loro come sono andate veramente le cose, oltreché subire la concorrenza della nuova gestione cui sarà fornita una flessibilità “di difesa” del portafoglio del 60-70% come spesso avviene, significa finire in mezzo alla strada.
Cosa aveva fatto il collega per meritarsi un trattamento di questo genere? Detto francamente non mi interessa. Innanzitutto perché, se anche si trattasse di una giusta causa come ci risulta, la storia ci ha insegnato che gli ex 700 messi in atto dagli agenti revocati e dai loro legali si concludono molto spesso con la dichiarazione di insussistenza delle motivazioni addotte dalle mandanti. E se anche l’agente avesse commesso irregolarità amministrative gravi, vorrei conoscerne a fondo le ragioni, avendo maturato negli anni una vasta esperienza in tal senso come sindacalista che sta sempre dalla parte degli agenti nel momento del bisogno. Se l’agente non si è dato alla bella vita, non gioca d’azzardo e non fa uso di stupefacenti, nel qual caso non avrebbe giustificazioni, allora è probabile che abbia fatto il buco per necessità: per pagare l’Inps dei dipendenti, per finanziare la stravaganza commerciale del momento enfatizzata dai tanti personaggi in cerca d’autore che frequentano le nostre agenzie, per versare la rata della rivalsa riferita al portafoglio fittizio, o in perdita, acquisito per ingenuità dalla mandante.
Pertanto, come ho già avuto modo di affermare in diverse occasioni - compresa la risposta a un certo Caputo che mi aveva attaccato con alcuni commenti scomposti al mio editoriale - dal vocabolario del sindacalista deve essere rimossa per sempre l’espressione “era indifendibile”. Salvo casi sporadici, gli agenti vanno invece difesi, anche quando commettono disattenzioni amministrative, perché non ne conosco molti che lo abbiano fatto con le tasche piene di soldi. In genere erano poveri disgraziati vittima degli eventi che meritavano una prova di appello e magari non l’anno avuta perché hanno sbagliato nello scegliere il santo a cui votarsi.
Roberto Bianchi

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