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La via sindacale: contrastare l’aggressione delle imprese e rivendicare la giusta remunerazione In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

Avete mai riflettuto sul fatto che l’organizzazione del nostro lavoro non piace ad alcuno di noi? Invece di iniziare la giornata con entusiasmo, ogni mattino ci sentiamo più stanchi, angosciati dal dover affrontare l’ennesima scalata di una montagna della quale non vediamo la cima. Un caro amico che ogni tanto cito per la saggezza dei suoi pensieri venuti dal buonsenso popolare più che dagli studi universitari che pure ha fatto, mi diceva: “la mattina, quando mi alzo, come prima cosa non calzo le pantofole lasciate la sera prima sullo scendiletto, mi infilo i guantoni da box che tengo sul comodino in previsione della dura lotta per la sopravvivenza che mi attende in ufficio”.
Chiamati a svolgere un lavoro altamente professionale, esposti a responsabilità crescenti in un sistema burocratico impegnato a giustificare la propria esistenza e le sanzioni sproporzionate che infligge con grande disinvoltura, vessati dal più triste degli ispettori di compagnia il quale si sente autorizzato a insegnarci il mestiere pur non avendo mai fatto un polizza in vita sua, pagati come garzoni di bottega, mastichiamo ogni giorno ansia mista a frustrazione. Un tempo, quando i nostri genitori prendevano in gestione le loro agenzie, si sentivano forti del proprio reddito che li collocava in un gradino elevato della scala sociale ed erano orgogliosi della facoltà di scegliere la strategia di crescita che maggiormente si confaceva alle loro peculiarità personali, al portafoglio in gestione, alle potenzialità del territorio, alle caratteristiche della sottorete commerciale. Consideravano il capoarea e il funzionario di turno dei poveracci costretti a ripetere, spesso con scarsa convinzione, la filastrocca aziendale imparata a memoria per sbarcare il lunario e tiravano dritto per la loro strada di professionisti e imprenditori.
Oggi la situazione si è invertita, tanto che la maggior parte di noi è costretto a recitare la parte in commedia assegnata dalla mandante pur di sopravvivere, perché la variabilizzazione del compenso ci ha resi schiavi delle politiche di sviluppo delle imprese le quali ci trattano coerentemente con il credito che attribuiscono al piccolo flusso di denaro di cui siamo singolarmente portatori, mentre ragionano in grande a suon di miliardi sui tavoli della multicanalità e della digitalizzazione.
Si è ormai invalsa nei manager di compagnia la convinzione che gli agenti vadano gestiti come subordinati, privi di autonomia imprenditoriale e soprattutto di dignità personale, ai quali è possibile fare di tutto, come costringerli ad accorparsi facendo abbracci mortali con colleghi che a malapena conoscono, o revocarli a mezzo e mail (certificata s’intende) alla vigilia di Natale, adducendo motivi pretestuosi. Ciò naturalmente senza farsi neppure sfiorare dalla preoccupazione che ogni chiusura coincide con il crollo drammatico dei sogni di una persona e dei suoi cari.
Le figure apicali, soprattutto delle imprese dominanti che fanno la cultura assicurativa nel nostro Paese, non ci trattano da esseri umani con il nostro portato di suggestioni e neanche da professionisti capaci di una competenza evoluta, ma come procacciatori d’affari la cui entità, comunque vadano le cose, sarà comunque irrilevante se raffrontata al complesso delle attività industriali globalmente sviluppate dalla compagnia. Alternano sapientemente il bastone, “ne punisco uno per educarne cento”, alla carota, “premio oltre misura quelli che rientrano nel mio benchmark artificiale di riferimento per generare desiderio di emulazione in tutti gli altri”. 
E noi abbocchiamo come pesci, dimenticando che la categoria ha costruito nel tempo una reputazione collettiva che non ha prezzo e ha conquistato diritti intangibili che non possono essere scambiati con gli spiccioli messi in palio al raggiungimento degli obiettivi commerciali con i quali comprano la nostra sudditanza. Rappel studiati a bella posta per trasformarci da consulenti che propongono al cliente ciò di cui ha effettivamente bisogno per soddisfare la propria esigenza di sicurezza, in venditori di robaccia preconfezionata funzionale soltanto a espandere oltre ogni decenza i profitti aziendali e i collegati appannaggi manageriali. La situazione ambientale nella quale siamo immersi vede una radicalizzazione senza precedenti degli interessi bilancistici dell’industria assicurativa che mai come ora divergono dai nostri: utili e compensi stellari da un lato e progressiva proletarizzazione dall’altra.
Nonostante il 71% dei rami Danni e l’84% del ramo Auto siano ancora appannaggio degli agenti, paradossalmente una fetta consistente degli attori che intermediano tre quarti del mercato non Vita guadagnano come gli usceri delle sedi direzionali e contano meno di loro nella filiera del potere. Sarebbero fortissimi se affrontassero il mercato come categoria, come sistema di rete distributiva che domina il comparto Danni e la farebbero da padroni nel dettare le regole del rapporto contrattuale alle controparti istituzionali, ma purtroppo pensano da solisti e agiscono da subalterni, dimenticando di essere fragili come il cristallo quando vengono presi singolarmente. Avviene così che si fanno mettere i piedi sulla testa da qualunque galoppino in missione punitiva che, per intimorirli, gonfia e fa tremolare le penne distendendo le ali, al pari di una gallina davanti a un cane.
Nel centenario del Sindacato - e assai poche rappresentanze collettive possono vantare cento anni di storia - risulta quindi ineludibile il recupero della nostra capacità di respingere con forza ogni comportamento potestativo messo in atto dalle mandanti e altrettanto non rinviabile ristabilire, attraverso una convergente volontà negoziale, la giusta remunerazione del nostro pregiato lavoro di cui neanche la società digitale tanto sognata dai nostri manager strapagati potrà mai fare a meno, né ora, né in futuro. L’interesse condiviso, le buone relazioni industriali, gli equilibri di sistema, sono invece depistaggi ideologici utilizzati da coloro che non amano gli agenti. Diffidiamone.
Roberto Bianchi

1 commento

  • Alessandro
    Alessandro Lunedì, 27 Maggio 2019 09:20 Link al commento

    Analisi perfetta. Verissimo, se affrontassimo il mercato come categoria e come sistema di rete faremmo un gra bene anche al consumatore ma purtroppo in troppi pensano da solisti e neanche sanno come e quanto ci battiamo per la categoria, salvo cercarci nei momenti bui. Ma non cediamo continuiamo a combattere. Fintantoché ci saranno donne e uomini che hanno questo spirito inarrendevole ci sarà la migliore energia per cambiare.

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