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Auguri, tra il martello delle imprese e l’incudine della fibrillazione burocratica In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

Nonostante il clima natalizio, mi resta difficile essere più buono del solito in questo mio ultimo editoriale dell’anno, perché detto francamente e sono convinto di interpretare il pensiero della stragrande maggioranza degli agenti di assicurazione italiani, non se ne può più di andare avanti in questo modo, schiacciati come siamo tra la prepotenza aziendale delle mandanti e l’esasperazione della burocrazia istituzionale.
Da un lato sono posizionate le compagnie che fanno a gara nel tentativo di innestare la mutazione genetica della categoria mediante la clonazione in serie delle agenzie sulla base di modelli gestionali e di sviluppo tanto funzionali agli interessi dell’industria assicurativa, quanto estranei ai nostri. Accade così che qualunque personaggio in cerca d’autore si rechi in agenzia, pur non avendo venduto una sola polizza in tutta la sua vita, si sente autorizzato a trasferirci la sua idea della strategia aziendale e sappiamo bene che più il livello scende, più la versione fornita, peraltro non richiesta, diventa mediocre.
Commerciali, con modi oscillanti tra l’autoritario e il paternalistico, tentano di scoraggiare l’instaurazione delle collaborazioni orizzontali, di imporre la vendita di prodotti da banco più o meno spazzatura da cui dipendono i rappel e la flessibilità, ovvero la sopravvivenza stessa di molte agenzie e di incassarne i premi con il pos direzionale per privare gli agenti di una delle sue prerogative imprenditoriali. In questa fase il loro compito principale appare comunque essere quello di convincere gli agenti che cedere la titolarità dei dati è un affare e regalare alla mandante la proprietà industriale dei data base dei propri clienti un vantaggio in termini di risparmio e di efficienza.
Amministrativi, sempre più realisti del re, si piazzano in agenzia per settimane nella speranza di trovare quello che non c’è e utilizzano a piene mani la leva della paura indotta negli agenti sottoposti a verifica di non essere riusciti a rispettare le regole aziendali, non di rado fuori dalle norme e dai regolamenti, per convincerli a firmare verbali scritti in modo tale da gettare sempre il seme del discredito sull’agente sottoposta a verifica.
Assuntori che applicano quotidianamente la disparità di trattamento a seconda del cluster nel quale è stata collocata la singola agenzia che si rivolge loro per chiede deroghe contrattuali o tariffarie vietate alla maggioranza, ma non all’ossatura di mandatari privilegiati “con licenza di uccidere” che rappresentano il benchmark di tendenza aziendale.
Manager strapagati e questa è sicuramente la cosa più grave, ogni giorno più aggressivi, che si permettono di sostenere apertamente, magari senza ricevere alcuna reazione dal Gruppo agenti di cui sono ospiti, che: “se a qualcuno non piace la nostra politica industriale, facciamo i conti e quella è la porta”. Come se non stesse parlando a liberi imprenditori con il loro portato di aspettative personali, impegni familiari, responsabilità sociali con una propria strategia di sviluppo. Ma chi di noi tratterebbe in modo così irrispettoso i propri collaboratori? E poi, siamo proprio sicuri che tanti di questi manager così tracotanti conoscano davvero questa famosa politica industriale, visto che spesso non resistono più di qualche mese al vertice delle compagnie?
Dall’altro lato della nostra vita professionale è arroccata la burocrazia che ha disseminato il nostro cammino di mine antiuomo, chissà se allo scopo di favorire la selezione della specie!?
Un regolamento dietro l’altro dettati all’apparenza più dal pregiudizio che non dall’inalienabile diritto del consumatore di essere tutelato da eventuali comportamenti devianti. Anzi, arriverei al punto di supporre che verso la categoria degli agenti venga applicato il criterio della presunzione di colpa e che l’inestricabile groviglio di regole ex ante servano proprio a impedire che gli agenti, in quanto disonesti abituali, consumino i loro abusi seriali. Pensate ai labirinti costruiti intorno alla privacy, alla formazione, alla coerenza delle polizze offerte, o ai tentativi di limitazione della libertà imprenditoriale come, a suo tempo, il divieto di libera collaborazione tra iscritti al Rui e, più di recente, lo sventato obbligo di versamento degli incassi nei conti delle compagnie. Una montagna di carte lontane dal criterio di proporzionalità rispetto agli effettivi rischi oggetto di prevenzione, che non serve a nessuno se non a coloro che l’hanno prescritta. Sto esagerando? Forse, ma finalmente dico quello che penso. I clienti non solo sono totalmente disinteressati agli allegati 3 e 4, ai questionari di adeguatezza, all’informativa privacy, ma si dimostrano insofferenti nel momento in cui sono costretti ad ascoltare l’esposizione del loro contenuto e quando devono firmarli.
L’unica vera utilità di quella documentazione sta, per chi subisce le verifiche, nel non farsi beccare senza e, per chi le effettua, nel giustificare la propria esistenza trovandone sprovvisti il maggior numero dei verificati. Un circolo assai poco virtuoso dal quale possiamo uscire soltanto mettendo in discussione l’efficacia stessa di questa fibrillazione burocratica che riceve accelerazione da se stessa. Non ritengo sia più sufficiente fare il maquillage ai format e alle procedure al termine di estenuanti contenziosi, auspico piuttosto sia maturo il momento ed è questo l’augurio natalizio che faccio a tutti noi, di rimettere in discussione l’intera dimensione imprenditoriale, professionale, sociale della nostra categoria.
E siamo fortunati che al nostro fianco vi sia un Presidente nazionale come Claudio Demozzi, perché è l’unico che possa farsi carico di questo fondamentale salto di qualità nelle relazioni industriali con le mandanti, oltreché in quelle istituzionali con l’Autority e con il mondo politico dimostratosi ogni giorno di più sensibile alle nostre istanze, ma ancora troppo condizionato dalla potente lobby delle imprese di assicurazione. 
Roberto Bianchi

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