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E voi, a quali valori sindacali ispirate la vostra vita professionale? In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

Stamattina, mentre mi apprestavo a scrivere la presente riflessione, cercavo di immaginare l’effetto delle mie affermazioni sui lettori, consapevole del fatto che probabilmente avrei scontentato più di quanti non ne avrei soddisfatti. Eh sì, perché quando l’argomento in discussione è rappresentato dai valori e congiuntamente dai disvalori, nel nostro caso sindacali, molti che sono soliti scagliare il sasso nello stagno nascondono la mano e tutti gli altri, come il sottoscritto, riflettono su quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto, per interrompere la pericolosa deriva intrapresa dalla decadente società odierna e in particolare da quella parte più vicina a noi in quanto riguardante il mondo assicurativo.
Partiamo dai quesiti fondamentali che, al di là dei sofismi raffinati di cui si sono dotati tutti gli imbroglioni del nostro mondo, può svelare l’essenza del tema in specie: quali sono le caratteristiche principali di un sindacalista? Che cosa è lecito per lui fare e cosa invece è del tutto inaccettabile? Soprattutto, quali sono i punti cardinali della sua bussola interna e quali le convinzioni profonde cui egli deve ispirarsi?
Sì, mi rendo conto che la materia è complessa, ma ritengo che qualche parola sia possibile spenderla senza che il discorso scivoli nel moralismo di maniera o, di converso, che venga concesso il salvacondotto anche a coloro i quali non se lo meritano affatto. A chi spetta il giudizio? Certo non a ciascuno di noi preso singolarmente, ma alla categoria nel suo insieme cui spetta il compito di tracciare la linea di demarcazione tra giusto e sbagliato, una linea che di fatto si dimostra sempre più netta di quanto i falsi sindacalisti cerchino di dimostrare.
La diversità di idee è una ricchezza inestimabile per un Sindacato e guai a coloro che inneggiano al pensiero unico, ma quando la critica si estende all’intera strategia e i metodi usati sono quelli della malignità e del detto-non-detto, allora viene il sospetto che il soggetto o i soggetti interessati abbiano come scopo reale quello di portare danno all’istituzione piuttosto che di migliorarla. Il giustizialismo gratuito non è utile alla collettività e nasconde sempre il sospetto che sotto vi siano motivazioni diverse da quelle enunciate, anch’esse peraltro discutibili se riferite a singoli incolpevoli.
Nel contempo se cambiare idea è indice di intelligenza e anche di umiltà se vogliamo, cambiarla troppo spesso o con eccessiva disinvoltura dopo avere sparato a zero per anni sullo Sna induce diffidenza, o meglio timore che il cambio di giacca sia funzionale a qualcos’altro e indotto da altrettanti interessi personali.
Un altro valore negativo consiste nel sostenere strategie politiche fondate sulla millantata condivisione degli interessi tra industria assicurativa e categoria degli agenti, sull’equilibrio di sistema, sulle buone relazioni industriali tra mandanti e mandatari. Questo atteggiamento, contrapposto al cosiddetto “vetero sindacalismo”, si dimostra ipocrita alla luce dei fatti congruenti, quando ad esempio i non-sindacalisti di schierano a fianco delle compagnie per affossare il Fondo Pensione Agenti e una volta che questo viene salvato grazie alla dura battaglia combattuta in solitario dallo Sna, ne rivendicano il governo presentando una lista di delegati fiancheggiatrice delle imprese.
In modo non difforme, sedere al tavolo della presidenza di un convegno sui CCNl truffa del settore assicurativo, laddove questi vengono identificati con quello sottoscritto da Sna e Confsal e poi richiedere un risarcimento di € 90.000,00 a Sna, di cui € 50.000,00 a favore di Anapa e € 40.000,00 a favore del suo Presidente su questioni riguardanti la rappresentatività, è paradossale e testimonia l’incolmabile distanza tra chi difende gli interessi della categoria agenziale rivendicando a pieno titolo l’appellativo di sindacalista e chi si schiera sempre dalla parte sbagliata della barricata.
Sebbene per motivi molto diversi, neppure coloro che rimangono monomandatari svolgono correttamente il proprio ruolo di sindacalisti quando siedono al vertice degli organismi centrali e periferici di Sna o dei Gaa. Innanzitutto perché l’esempio deve sempre provenire dall’alto, cioè da chi ricopre incarichi apicali e inoltre perché se voglio tutelare realmente gli interessi dei miei colleghi, sono tenuto a scendere in trincea per primo e senza scuse, diventando plurimandatario, sia pure soltanto con un mandato specialistico aggiuntivo, con l’obiettivo di favorire l’applicazione concreta delle libertà imprenditoriali conquistate. Allo stesso modo se non mi riconosco nel valore fondante del solidarismo, subendo o peggio ancora accettando logiche aziendali perverse quali per esempio basare il sistema incentivante sulla clusterizzazione degli agenti, o fare decimazione mediante l’eliminazione delle agenzie “indifendibili”, o ancora distribuire sul territorio in modo clientelare i portafogli resi vacanti dalle revoche ad nutum o per giusta causa pretestuosa, o infine accettare l’invito di prendere le distanze dai colleghi che resistono coraggiosamente di fronte alla prepotenza delle rispettive mandanti, non posso essere considerato un vero sindacalista.
Ora che il Presidente nazionale Claudio Demozzi ha sdoganato il concetto di militanza attiva in ogni situazione della nostra vita professionale, è compito di ciascun agente dimostrare il rispetto dei valori primari che uniscono la categoria e nel contempo la capacità di accantonare, laddove necessario, il perseguimento di scopi privati per lasciare spazio al sindacalista che potenzialmente si nasconde in ciascuno di noi. La tutela di se stessi passa infatti attraverso la difesa intransigente dei diritti di tutti gli intermediari iscritti alla sez. A del Rui e il rispetto dei valori sindacali, a partire dal coraggio di resistere alla tentazione di fare gli squali approfittando della decimazione messa spietatamente in atto dalle compagnie per selezionare la specie.
Roberto Bianchi

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