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Fermiamo la fuga dalle libertà conquistate e dai diritti acquisiti In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

Ci siamo detti più volte che l’attuale condizione dell’agente può essere considerata ottimale, dato il coesistere delle tutele contenute nell’Accordo Nazionale Agenti Imprese con le libertà introdotte dai Decreti Bersani in tema di divieto dell’esclusiva di mandato e dalla Legge Monti riguardo alla collaborazione orizzontale tra iscritti al Rui. Le normative di settore ci garantiscono inoltre la facoltà di esercitare l’autonoma titolarità dei dati raccolti dai clienti e di rivendicare la proprietà industriale dei data base, in uno scenario nel quale l’attività consulenziale finalizzata a garantire l’effettiva coerenza e adeguatezza dei contratti collocati, può essere remunerata dalla clientela oltre la componente provvigionale contenuta nel premio di polizza.
Insomma, l’agenzia si potrebbe porre sul mercato come il presidio più forte della relazione continuativa con il consumatore e l’agente come il consulente professionale delle famiglie e delle partite Iva, nel quadro di un rapporto funzionale con le fabbriche prodotti alle quali accedere, di volta in volta, per fornire alla clientela il servizio assicurativo di maggiore qualità.
E allora perché gli agenti, presi nel loro insieme, come categoria, prima ancora che come singoli imprenditori, non riescono a liberarsi dei vecchi e nuovi vincoli imposti loro dalle rispettive mandanti? Possiamo supporre che la motivazione abbia origini psicologiche e pertanto, parafrasando il convincimento di un grande personaggio tedesco che illuminò il pensiero internazionale nel secolo scorso, diremo che l’agente di oggi ha raggiunto la libertà, ma non riesce a usarla per realizzarsi completamente come imprenditore e, anzi, la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Siamo infatti circondati da esempi di schiavitù quotidiane la cui accettazione ha origini emozionali, quasi che poter fare affidamento su chi pensa per loro conto renda una grande quantità di agenti più sicuri nell’affrontare il proprio lavoro. Come se preferissero le catene alla libertà.
Nel rassicurante chiuso delle nostre assemblee ci sentiamo tutti leoni pronti a difendere con ogni mezzo le nostre prerogative, non foss’altro perché l’insieme cancella le incertezze dei singoli, i loro volti e i loro nomi. Ma, se presi uno per uno, i colleghi meno attrezzati sul piano ideale stentano ad assumersi la responsabilità di svolgere il proprio ruolo, quando il presente e tantopiù il futuro professionale viene messo in discussione dal manager di turno o dai suoi epigoni che si presentano in agenzia con il compito preciso di “creare il problema”. Questa situazione preoccupante concepita ad arte sviluppa nell’agente una crescente ansia da prestazione che viene prospettata come risolvibile soltanto mediante l’assunzione delle ricette curative offerte dalla compagnia. Per ottenere la sua soggezione è sufficiente provocare in lui una reazione di paura, farlo sentire inadeguato nella gestione delle nuove modalità di rapporto con il cliente o nel fronteggiare i nuovi competitori tecnologicamente più attrezzati, convincerlo che è fuori mercato, potenzialmente spacciato, a meno che… A meno che non accetti di subire passivamente le strategie di sviluppo della mandante, a partire dal regalo richiesto per dimostrare tangibilmente la sua sottomissione: la firma del nuovo mandato peggiorativo, o dell’accordo che cede alla mandante la titolarità e la proprietà industriale dei dati, o del protocollo per l’incasso tramite il pos direzionale finalizzato a disintermediare il flusso finanziario dei premi.
È necessario renderci conto di come tutto ciò sarà ancora possibile fintantoché la nostra categoria non riuscirà a ricollegare in modo strutturale e quindi risolutivo le libertà imprenditoriali dei singoli, che sono sottoposte ai veti dell’industria assicurativa finché vengono esercitate individualmente, a quelle della collettività sotto la bandiera generalista del Sindacato. Non si tratta di fare gli eroi, ma semplicemente di capire che i diritti non sono dotati di vita illimitata e che, se non vengono costantemente difesi dal tentativo delle compagnie di sopprimerli, magari scambiandoli con qualche temporaneo vantaggio, si sbriciolano sotto il peso degli integrativi aziendali. E tutti siamo chiamati a difenderli, sia nei momenti di aggregazione quando ci sentiamo invincibili, sia nel segreto delle nostre agenzie quando siamo schiacciati tra i timori ingannevoli indotti dalle imprese e le false scappatoie che ci vengono suggerite.
Il poeta latino Caio Giulio Fedro a questo proposito sosteneva che una delle caratteristiche della preda ideale è la sua stessa debolezza: “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”, ovvero la gran parte del potere che le compagnie riescono ad esercitare è dovuto alla paura di noi agenti che ci lasciamo intimidire. E allora basta fare le pecore, non ne vale la pena, neanche per sbarcare il lunario.
Roberto Bianchi

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