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Il singolare significato attribuito dal Gruppo Agenti Generali alla “reale appartenenza” In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

Il senso di appartenenza è un sentimento importante per colui che si riconosce in una associazione di rappresentanza, soprattutto in una società post-industriale come la nostra che tende a dissolvere i principali legami comunitari percepiti spesso come inefficaci a risolvere i problemi esistenziali dei singoli. Nel contempo il senso di appartenenza è altrettanto rilevante per l’associazione stessa che si fonda proprio sulla consapevolezza degli individui di avere una medesima matrice, che nel caso degli agenti di assicurazione è prevalentemente professionale.
Per essere più chiaro faccio un esempio che forse, più di qualunque altro, testimonia del comune interesse da parte del singolo agente di rispettare le direttive impartite dal proprio Gruppo agenti e, da parte di quest’ultimo, che tutti il maggior numero dei suoi iscritti si attengano alle disposizioni impartite nei momenti topici del negoziato aziendale: lo sciopero, che rappresenta la più chiara forma di autotutela, consistente nell’incrociare le braccia per un certo periodo di tempo allo scopo di indurre la controparte istituzionale, la compagnia, ad accogliere le istanze della propria rete.
Entriamo ancora di più nello specifico, facendo riferimento alla serrata indetta dal Gagi per manifestare contro il malfunzionamento del sistema informativo delle Generali e alla massiccia adesione degli iscritti che hanno fatto proprio l’invito di non aprire le agenzie per l’intera giornata del 18 novembre 2019, tornato di attualità per i motivi che vedremo. I soci del Gagi hanno dimostrato in quell’occasione senso di appartenenza e il Gruppo agenti ha ricevuto maggiore forza negoziale, nei confronti della mandante, proprio grazie alla robusta partecipazione allo sciopero.
Eh sì, ma quello garantito dall’art. 40 della Costituzione è un diritto e non un obbligo, ovvero il cittadino e quindi per definizione anche l’agente Generali che rimane pur sempre un cittadino anche se iscritto al Gagi, ha la facoltà di prendere parte a uno sciopero indetto dal Gruppo aziendale per spirito di appartenenza, ma si riserva di non farlo per i motivi che ritiene più opportuni. Sarà forse un crumiro che pensa solo a se stesso, o magari un anarchico riluttante verso le forzature ideologiche provenienti dall’esterno, ma conserva comunque la libertà di decidere con la propria testa se astenersi dall’aprire l’agenzia o meno. Scioperare non potrà mai un essere un obbligo e semmai assumerà le dimensioni di dovere morale laddove venga fatto proprio, anche solo per motivi di solidarietà, dal singolo soggetto interessato.
Ecco, stiamo parlando di libertà individuale anche se ad esercitarla è un agente che non intende esprimere il proprio senso di appartenenza al Ga e di conseguenza la sua scelta, seppure opinabile, non consente che a suo carico venga richiesta alcuna giustificazione, come invece è avvenuto in occasione della serrata indetta dal Gagi e alla quale non hanno aderito 103 colleghi.
La conseguenza è infatti che la ricerca identitaria o addirittura la sua rivendicazione, motivata dall’attesa che ogni associato fornisca non soltanto “un segnale di condivisione e di vicinanza”, ma anche di “reale appartenenza, attraverso il rispetto delle scelte che gli organi direttivi dell’associazione diramano sul territorio”, si trasformi nel tentativo di imporre il pericoloso pensiero unico. Se poi un associato non risponde all’immotivata richiesta di giustificare la propria decisione di non scioperare (e lo hanno fatto in 65) allora per i promotori dell’allineamento obbligatorio diviene “normale che sia «sanzionato» con la deplorazione, con la finalità di sottolineare il comportamento irrispettoso che provoca amarezza”. In altri termini se un socio Gagi non intende scioperare e alla richiesta illegittima di motivazioni della sua libera scelta non risponde, viene sanzionato con una deplorazione.
La delibera del Consiglio direttivo del Gagi del 25 e 26 giugno scorsi contiene un’affermazione persino inquietante laddove afferma che non dare riscontro alle “reiterate istanze partecipative e consultive” costituisce violazione delle “norme di Statuto” e dei “principi fondamentali che sovrintendono ad ogni forma associativa, riguardanti il dovere di collaborazione per l’attuazione-perseguimento dell’azione sindacale del Gruppo Agenti Generali Italia”.
Si noti peraltro che, in un simile clima di esasperata ricerca dell’adesione incondizionata e acritica, la succitata delibera attribuisce ai 65 associati in specie “la sanzione disciplinare della «DEPLORAZIONE»”, nonostante il Collegio dei Probiviri avesse in precedenza archiviato il deferimento dei colleghi considerandolo “… nullo all’origine”.
Anche volendo sorvolare la probabile violazione della privacy conseguente all’invio della comunicazione a mezzo e mail di compagnia: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. in quanto non di mia competenza, rimane il fatto che la deplorazione, sebbene considerata sanzione di lieve entità dal punto di vista disciplinare contiene, si legge anche ne “Il Pensiero della settimana” del Gagi, un “sentimento individuale o collettivo di riprovazione e di condanna” che non andrebbe mai condiviso con le impiegate di agenzia, pena il potenziale danneggiamento dell’immagine del destinatario e la sua possibile perdita di prestigio e di autorità agli occhi del personale dipendente.
Che dire, questo potere esercitato dalla maggioranza sulla minoranza, se non addirittura di setta segreta, sa tanto di negazione della diversità, in quanto al diverso colpevole di non avere scioperato viene attribuita troppo facilmente una condanna morale come la deplorazione che viene risparmiata, al contrario, a coloro i quali fanno incetta di portafogli costruiti con lunga dedizione al lavoro dai propri colleghi caduti in disgrazia. E pur essendo convinto che il ruolo di un Gruppo agenti sia innanzitutto rivendicativo e non già consociativo nei confronti dell’impresa e che la chiusura delle agenzie costituisca uno degli strumenti più efficaci di pressione politica verso la mandante, considero il crumiro meno moralmente deplorevole dello squalo che si mangia i colleghi, ma d’altro canto lo sanno tutti che io sono un sentimentale.
Roberto Bianchi

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