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La storia infinita degli accordi dati, tra consulenze e manfrine per soddisfare le aspettative delle imprese In evidenza

ROBERTO BIANCHI ROBERTO BIANCHI

♦ Anno nuovo vita nuova? Non proprio, dal momento che da anni scrivo di privacy, proprietà industriale delle banche dati, accordi integrativi e altrettanto fa il Presidente nazionale Sna Claudio Demozzi, eppure sono tanti coloro i quali si ostinano ancora a simulare di non avere chiaro il perimetro del problema e si rendono disponibili a cedere, sempre dopo avere ricevuto il parere autorevole del prestigioso consulente di turno, alle peggiori condizioni imposte dalle mandanti. Salvo poi fare gli ingenui alla Forrest Gump o, peggio, le vergini offese quando il Sindacato li richiama al rispetto e alla tutela dei diritti acquisiti dalla categoria.
La questione è chiara: l’agente, laddove autorizzato dal cliente è titolare autonomo nel trattamento dei dati di quest’ultimo anche ai fini promo-commerciali. Di conseguenza la proprietà industriale del database contenente quelle informazioni va ascritta all’agente che le raccoglie dalla clientela e le archivia nel suo sistema operativo per utilizzarle nel fare preventivi e polizze con più imprese e senza la necessità di ricevere permessi da parte di alcuno.
Nel caso di trattamento industriale, necessario per l’emissione e la gestione dei contratti e per l’apertura e la gestione dei sinistri, titolare è anche l’impresa e in questo limitato caso gli agenti svolgono, per suo conto, il ruolo di responsabili.
Al di là dei fiumi di parole spese e delle montagne di pagine scritte, è questo lo schema che risponde alle prescrizioni contenute nelle norme nazionali e comunitarie, il resto è politica delle relazioni industriali e giova soltanto alle mandanti che, non essendo in partenza titolari autonome nel trattamento promo-commerciale, né proprietarie dei database se non per scopi industriali, pretendono dagli agenti di rinunciare al tesoro accumulato in una vita di lavoro per metterlo a loro disposizione. Perché di un tesoro stiamo parlando in quanto già oggi, ma soprattutto nel futuro, tutti i business passeranno attraverso la facoltà di utilizzare il maggior numero di informazioni riguardanti la clientela, allo scopo di impostare le relative strategie di vendita.
L’obiettivo delle imprese è quindi quello di accaparrarsi le informazioni sui consumatori ed elaborare per ciascuno di essi un algoritmo specifico capace di orientare i loro acquisti mediante una pubblicità personalizzata da sparare sulle app di compagnia, sui siti istituzionali, sui format per l’incasso diretto dei premi e sulle mensilizzazioni, sui social. Tutto ciò nel tentativo di scavalcare l’agente colloquiando direttamente con il cliente e questa, a casa di un sindacalista come me, si chiama disintermediazione.
E allora perché sottoscrivere accordi che servono soltanto a regalare il nostro patrimonio di informazioni alle mandanti che a loro volta le utilizzano per marginalizzare il ruolo del canale agenziale nella distribuzione assicurativa italiana? Sarebbe più logico vendere cara la pelle e impedire che il processo di digitalizzazione del rapporto diretto con gli assicurati produca i suoi effetti letali a danno della nostra categoria.
E invece no, alcuni Gruppi agenti si sono impegnati nel siglare intese imperniate sulla contitolarità che contengono la massima condivisione dei dati con le mandanti (Cattolica parla addirittura di specularità obbligatoria dei database) e nel contempo ampie limitazioni nel ritorno degli stessi agli agenti (accordi aziendali in casa Reale Mutua e Generali). Ovvero, anziché essere archiviati nel sistema di agenzia e trasferiti a quello della compagnia per il solo utilizzo finalizzato all’emissione del contratto, i dati raccolti dalle agenzie vengono immagazzinati nel sistema gestionale dell’impresa anche in virtù della contitolarità e, soltanto dopo, restituiti agli agenti in toto o addirittura in parte e per di più con forti restrizioni operative presenti e future.
Sia inoltre chiaro che il rovesciamento di questo passaggio presuppone di fatto, al netto della cortina fumogena di chiacchiere contenute nei patti aziendali, la facoltà dell’impresa di invocare la violazione della proprietà industriale in caso di trasferimento del dato, con tutte le conseguenze derivanti dall’eventuale utilizzo dello stesso con nuove mandanti una volta cessato il rapporto di agenzia o, in costanza di mandato, dall’eventuale spostamento di portafoglio presso altre imprese da parte di coloro che si avvalgono del plurimandato e/o delle collaborazioni trasversali con intermediari iscritti al Rui.
In realtà nel patto individuale agente-compagnia sarebbe sufficiente scrivere, mi sia consentita questa estrema semplificazione, qualcosa come: “Le Parti si impegnano a rispettare e a far rispettare, nei rispettivi ruoli, le leggi e le normative nazionali e comunitarie in tema di tutela dei dati della clientela e in materia di proprietà industriale dei database”.
Nel contesto di grande confusione in cui ci troviamo, ove ciascuno è convinto di avere individuato la strada giusta, sembra farsi strada il dubbio che, al contrario, l’abbiano sbagliata più o meno tutti. Sarebbe quindi utile fare quadrato, anziché scegliere l’isolamento come il Gruppo agenti Allianz (AAA), il quale ha comunicato soltanto a cose fatte la decisione, maturata non certo dall’oggi al domani, di adottare l’ennesima piattaforma gestionale, potete scommetterci la più innovativa del mercato. Una scelta che, quantunque corretta, non denoterebbe comunque grande spirito di appartenenza al Comitato dei Gruppi aziendali, il quale avrebbe potuto condividerne il percorso se preventivamente informato. Ma neanche allo Sna costretto, nella sua centenaria attività di tutela collettiva, a difendere gli agenti dalle fughe in avanti di coloro che, ritenendo di essere un passo in avanti rispetto alla storia, hanno creato il precedente per lo spostamento del negoziato generalista su un terreno ancora più favorevole all’industria assicurativa. E non c’è dubbio sul fatto che dai primi della classe la categoria non sia mai riuscita a trarre alcun vantaggio.
Roberto Bianchi

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