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L'EDITORIALE

L'EDITORIALE

Revoche in casa Cattolica, pronti a mettere in atto ogni possibile azione per tutelare i colleghi

Snachannel si era già occupata delle revoche a ridosso del Natale, ma evidentemente Cattolica intende proseguire nella sua opera di “selezione della specie”. Subire una revoca è un fatto gravissimo che ha risvolti prima ancora psicologici e umani che non giuridici, perché un agente che viene sbattuto in mezzo alla strada deve innanzitutto giustificarsi agli occhi della propria famiglia. Mettendomi nei panni di uno degli agenti fatti oggetto di revoca posso immaginare che forse neppure mia moglie capirebbe come sia potuto accadere che, dopo anni di collaborazione, una compagnia prenda un provvedimento così devastante senza alcun preavviso e sarebbe portata a pensare che, sotto sotto, ci sia qualcosa di poco chiaro: “se ti hanno buttato fuori ci deve pur essere un motivo”. E il motivo che in questi casi viene subito alla mente è quello economico. Di conseguenza, ai miei tentativi imbarazzati di rassicurarla, replicherebbe sempre più sospettosa: “per caso non sarà una questione di soldi, hai fatto qualche stupidaggine? Me lo devi dire, sono tua moglie” e badate bene che questa dimostrazione di sfiducia peserebbe come un macigno sul futuro del nostro rapporto, anche dopo la prova provata che non sono un ladro.
Eppure, cari amici, se ci pensate bene il suo atteggiamento sarebbe abbastanza comprensibile perché se non ho rubato, per quale motivo una compagnia che ispira la propria attività addirittura alla “Dottrina Sociale della Chiesa e al patrimonio di valori che derivano direttamente dalla sua origine” dovrebbe sporcare il mio curriculum senza pietà - una parola impegnativa dal punto di vista morale derivante dal latino pietas che esprime innanzitutto un sentimento di rispetto per le persone - invece di trovare una soluzione ragionevole orientata nella direzione di salvaguardare insieme gli interessi della compagnia e quelli dell’agente e di tutelare l’immagine di quest’ultimo agli occhi della clientela?
Già, i clienti, vaglielo a spiegare perché fino a ieri proponevo le polizze di una compagnia enfatizzandone i vantaggi e dalla sera alla mattina mi ritrovo senza le insegne luminose sulla facciata del palazzo, le targhe all’ingresso e persino i manifesti ai muri. È plausibile pensare che abbia messo le mani nel cassetto e, chissà, magari abbia prelevato proprio i loro premi lasciandoli scoperti. “Ma chi me lo fa fare di rischiare - direbbero - vado dal nuovo agente che ha preso l’agenzia e pago le polizze a lui”. Eh sì, perché sia chiaro che ci sarà sempre un agente con il pelo sullo stomaco pronto a ingoiare in un solo boccone e senza alcuno scrupolo il frutto del mio lavoro, lasciando che il venticello sottile della diffamazione spiri su di me. Gli è sufficiente ammiccare sornione alle domande morbose dei miei clienti, mostrando con la mimica facciale e con i movimenti circolari delle mani di saperla lunga, ma di non volerne parlare perché è un “signore” e non vuole danneggiare la mia posizione già precaria.
Se poi fossi stato così sprovveduto da non disporre di altri mandati o di una rete strutturata di collaborazioni orizzontali con altri iscritti al Rui, guarderei l’agenzia improvvisamente anonima, con le polizze stipate negli scatoloni in attesa di essere trasferite dal corriere nella nuova agenzia e non saprei che cosa dire ai miei clienti, come giustificare l’impossibilità di offrire una qualche soluzione alle loro esigenze assicurative. Una situazione questa che potrebbe protrarsi anche per mesi, soprattutto se operassi in un’area difficile o se il mio portafoglio fosse molto sbilanciato sull’auto, o se non fossi sufficientemente digitalizzato, o se non possedessi chissà quale altro parametro per rientrare nel benchmark ideale di una nuova mandante disposta ad acquisire un agente revocato.
C’è una morale in tutto questo? Sì, in realtà ce ne sono due, innanzitutto che essere monomandatari è un grave errore perché operare in regime di esclusiva con compagnie che sviluppano la multicanalità e cercano di marginalizzare il ruolo degli agenti nelle strategie aziendali è un po’ come rimanere fedele a un coniuge che preferisce intrattenere numerosi altri rapporti quotidiani e lo dice anche, ostentandolo ai quattro venti. La seconda morale consiste nel prendere atto che quando il bisogno chiama, chi risponde è sempre e soltanto il Sindacato Nazionale Agenti come dimostra la lettera allegata inviata dal Presidente nazionale Claudio Demozzi a Cattolica, cosicché non iscriversi allo Sna è una forma di masochismo di rara efficacia,.
Ma forse anche una terza morale emerge da quanto detto finora: aiutati che lo Sna ti aiuta, ovvero non è corretto né efficace delegare il proprio futuro affidandosi all’entusiasmo e alla passione di coloro che ci rappresentano. Quando è necessario e non c’è dubbio che in questo momento il bisogno vi sia, tutti gli agenti devono essere pronti a sostenere ogni azione sindacale indirizzata a tutelare l’indipendenza della categoria dalla strapotere delle compagnie e dalla loro facoltà di interferire sulla libertà di esercizio della nostra impresa agenzia.
Quindi teniamoci pronti.
Roberto Bianchi

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Il Pog viene usato dalle compagnie per consolidare la para-subordinazione degli agenti

Accadono spesso cose di significato limitato in quanto apparentemente esaurite in sé stesse, ma che con il tempo si dimostrano di portata politica molto più significativa se associate con altre che, a una prima analisi, sembravano del tutto scollegate. Mi riferisco nella fattispecie alla nota questione della governance del prodotto di cui si parla persino da prima che entrasse in vigore la nuova Direttiva europea. Fin dall’inizio lo Sna ha chiarito che il ruolo di produttore (manufacturer) va attribuito soltanto alle imprese, non essendo gli agenti e le loro rappresentanze aziendali in grado di determinare autonomamente gli elementi significativi di un nuovo prodotto o di modificarne uno già esistente. Nessuno spazio quindi, per il Sindacato, alle ipotesi fantasiose che si sono via via affacciate sul mercato circa l’assimilazione dell’intermediario e quindi dell’agente, a un produttore di fatto, magari perché coinvolto individualmente, o insieme a colleghi facenti parte di commissioni, nell’ideazione e nell’elaborazione tecnica di una polizza.
Partita chiusa quindi? Direi proprio di no.
L’Ania ha infatti sostenuto senza esitazione che la IDD in generale e in particolare il POG, avrebbero generato una sempre maggiore integrazione delle reti agenziali con le rispettive mandanti. L’associazione delle imprese, malcelando i veri obiettivi strategici sotto il velo della millantata obiettività interpretativa delle norme imperative di provenienza comunitaria, ha cioè messo in atto il tentativo di utilizzare a proprio vantaggio una Direttiva che nell’intenzione del legislatore va nella direzione opposta e cioè quella di rendere gli intermediari sempre più indipendenti dalle fabbriche prodotti. L’innovazione, secondo la visione della confindustria assicurativa, non riguarderebbe tanto i prodotti, dei quali sostanzialmente non si interessa nessuno, Ivass compresa, quanto piuttosto i processi immersi nella logica della multicanalità, favorita sfacciatamente dall’obbligo-facoltà di individuare il canale distributivo idoneo ad offrire lo specifico prodotto al relativo target di clientela.
La stampa specializzata ha fatto eco alla visione multitasking - ricorderete sicuramente il frequente ricorso a questa definizione da parte della responsabile della distribuzione Ania - del mercato che permetterebbe alle imprese di seguire contemporaneamente più dinamiche distributive e lo ha fatto alimentando la lettura tendenziosa di una crescente quanto inevitabile integrazione tra mandante e mandatario.
L’Istituto di Vigilanza, probabilmente incline all’impostazione aziendalista, ha creduto bene di vincolare gli agenti al rispetto delle direttive impartite dalle rispettive mandanti in tema di distribuzione del prodotto. Ciò non pensando neppure per un attimo che la quasi totalità degli agenti operano oggi in regime di plurimandato e/o collaborano con altri intermediari iscritti al Rui e che, di conseguenza, l’applicazione di procedure spesso contrastanti è in concreto impraticabile. Anche questo è rimbalzato sulla stampa di settore, la quale ha dato ampio credito alla teoria dell’aumento di responsabilità in capo agli agenti, derivante dall’obbligo di segnalazione di eventuali incoerenze e inadeguatezze dei prodotti che configurerebbe, secondo questa tesi a dire poco opinabile, il coinvolgimento degli agenti nella veste di manufacturer de facto.
Non voglio farla più lunga perché l’argomento è complesso e ci porterebbe troppo lontano, ma è evidente che esiste una strategia d’insieme rivolta a ridurre l’autonomia e soprattutto l’imparzialità degli agenti nella loro attività di consulenza professionale prestata alla clientela.
Un tentativo di far rientrare dalla finestra l’integrazione totale delle reti agenziali nelle strategie delle mandanti buttata fuori dalla porta dal divieto di esclusiva voluto da Bersani, dalle collaborazioni tra intermediari introdotte da Monti e dall’indagine dell’Antitrust sui comportamenti messi in atto dai marchi dominanti che operano in Italia a danno dello sviluppo della concorrenza e del normale dispiegarsi dei suoi effetti positivi a favore dei consumatori. E allora perché diversi Gruppi aziendali non stoppano subito il tentativo delle compagnie di far rientrare dalla finestra attraverso gli obblighi imposti ai propri agenti mediante le disposizioni sulla supervisione e sulla governance del prodotto (POG) il ripristino di una persino accresciuta para-subordinazione buttata fuori della porta dalle leggi dello Stato?
La posta in palio è altissima e non possiamo permetterci scivoloni per colpevole distrazione o in nome delle buone relazioni industriali. Cari colleghi dirigenti di Gaa prudenza, lo Sna è vigile e presidia tutte le situazioni note, ma spetta a ciascuno di voi evitare che gli obiettivi dell’industria assicurativa passino attraverso il cavallo di troia dell’applicazione capziosa di norme che peraltro, nell’intendimento del legislatore comunitario, dovevano andare in tutt’altra direzione. La facoltà di decidere la propria prassi distributiva rientra nel libero esercizio dell’impresa-agenzia e non può essere soggiogata al volere delle mandanti che stanno costruendo un approccio al cliente incentrato sul cosiddetto multiaccess, cioè l’accesso al servizio assicurativo attraverso più varchi, tra cui quello agenziale occupa un ruolo indirizzato, nei desiderata delle imprese, ad essere sempre più marginale.
Attenzione quindi, nel negoziato di secondo livello non c’è alcunché di tecnico, in esso esiste soltanto l’abilità dei manager aziendali di far passare per tale ciò che in realtà è ampiamente politico e nel disseminare i tavoli delle trattative di trabocchetti nei quali i Gruppi aziendali non devono cadere perché hanno nelle mani gli interessi della categoria. E di conseguenza rischiano di fare danni a volte irreparabili, come quando concordano che “l’agente è responsabile dell’approvazione e dell’applicazione del presente documento (il POG, appunto, ndr.) nonché di tutte le successive revisioni e modifiche”: esiste più para-subordinazione di così?
Roberto Bianchi

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Clamoroso: il presidente di Anapa considera un “graditissimo regalo” la soccombenza contro l'Inps di due colleghi

Dal momento che siamo ancora in clima natalizio, penso vi interessi sapere che il presidente del bonsai sindacale alternativo a Sna ha scritto nei giorni scorsi alla sua Segreteria: “… sono assai lieto di comunicarvi che oltre alla notizia del ritiro dalla POSTA, oggi 'Babbo Natale' ci ha fatto arrivare anche un secondo graditissimo regalo che trovate in allegato. Si tratta - prosegue la e mail - della sentenza del Tribunale del Lavoro di Genova che ha dato ragione all'Inps che aveva sanzionato un’agenzia di assicurazioni 'ALBARO SNC DI BOCCOLARI E SEGALERBA' (storici agenti ex UNIPOL dirigenti dello SNA) che applicavano alle proprie dipendenti, le retribuzione del CCNL di SNA. Questi agenti, appoggiati dallo SNA, hanno provato a fare ricorso ma hanno perso... Questa è un IMPORTANTE sentenza che conferma che il nostro CCNL dipendenti è quello di riferimento del settore e che ANAPA, ha tutti gli effetti è l’associazione degli agenti che ha sottoscritto il “vero” CCNL" (le sgrammaticature, così come i grassetti, fanno tutti parte dell’originale, ndr).
Potrei chiudere qui la mia riflessione, anche senza fare commenti sul cinismo espresso dal presidente di Anapa, ma invece ritengo sia necessario fare qualche considerazione in più perché questa stecca presa nel suo assolo fa da eco al comportamento dei manager di Cattolica che alla vigilia del Natale hanno revocato, per motivi tecnici e non per giusta causa, alcuni agenti, compreso un presidente di Gruppo aziendale.
Cosa li accomuna? La totale indifferenza mostrata verso i colleghi in quanto esseri umani, quando vengono revocati mentre si apprestano a godere i momenti più intimi di tutto l’anno in famiglia accanto ai propri cari e quando subiscono una sentenza ingiusta del Tribunale del Lavoro di Genova da cui derivano oneri finanziari a loro carico. Mentre però siamo abituati ai comportamenti stonati delle compagnie, rimaniamo basiti rispetto all’atteggiamento di cattivo gusto tenuto da Cirasola che considera la vittoria dell’Inps contro i colleghi genovesi come un “graditissimo regalo” di Babbo Natale. Se l’autore di un’affermazione così scomposta fosse un agente qualsiasi potremmo parlare di freddezza, ma trattandosi del presidente di un’associazione di categoria, sia pure largamente minoritaria, allora siamo costretti a prendere atto che si tratta di un grave caso di “analfabetismo” sindacale, cioè dell’incapacità di leggere politicamente le situazioni della vita quotidiana che riguardano la categoria.
E non è sufficiente una frase di circostanza come quella che segue per attenuare la gravità della situazione: “francamente mi dispiace che i colleghi hanno dovuto pagare oltre che per intero differenza delle retribuzioni e i contributi maggiorati con sanzioni, anche tutte le spese legali, comprese quelle dell’INPS”. D’altro canto i litigi con la grammatica testimoniano probabilmente l’imbarazzo provato nel dissimulare il contrasto tra quanto il testo esprime in via ufficiale e ciò che si nasconde davvero nell’intimo dello scrivente. 
Chiunque pretenda di rappresentare la categoria non può prendere in ostaggio gli interessi degli agenti, la quasi totalità dei quali ha fatto proprio il CCNL Sna visto che oltre ventimila buste paga fanno riferimento ad esso, definendoli “furbetti” che “dopo un po (ahi ahi, ancora bisticci con la grammatica, ndr) vengono beccati”, al solo scopo di sostenere la validità delle proprie infondate pretese in tema di rappresentatività. Come a dire che Cirasola, in qualità di leader di un’associazione che rappresenta qualche centinaio di agenti, si prende la libertà di esprimere un giudizio morale così pesante sulla stragrande maggioranza dei suoi non-iscritti etichettandoli come “furbetti” che cercano di evadere la giusta contribuzione e finalmente sono stati “beccati”. Mi chiedo, tra l’altro, se questo non configuri gli estremi per un ricorso alla magistratura a tutela dell’immagine degli agenti interessati.
Quanto alla sentenza in primo grado di Genova, ampiamente appellabile, sarebbe il caso di ricordare che diversi Tribunali, ultimi quelli toscani, si sono espressi in modo del tutto opposto e che lo Sna non mollerà la presa ricorrendo in qualunque sede competente per tutelare le ragioni dei colleghi operanti nel capoluogo ligure e con essi di tutti gli altri. Perché una cosa non deve sfuggire ad alcuno e cioè che un sindacato nazionale, quando è tale, pone al centro della propria missione la rappresentanza dell’intera categoria degli agenti di assicurazione, non solo di una parte di essa.
Mi piacerebbe sapere e con ciò sono sicuro di interpretare anche la vostra curiosità, se il gruppo dirigente abbia sentito il dovere politico e morale di prendere le distanze dal presidente o se, al contrario, tutti si siano associati al giubilo determinato dal fatto che i due colleghi genovesi, colpevoli non soltanto di averci provato, ma anche di appartenere al Gruppo Unipol (ricorderete senz’altro lo strappo clamoroso del Gaa di Enzo Sivori da Anapa) e di essere iscritti Sna che è poi il vero peccato originale, sono stati sconfitti in primo grado dall’Istituto di Previdenza.
Per contro posso assicurarvi che a Claudio Demozzi non verrebbe mai in mente di dichiararsi “assai lieto” della soccombenza di un agente di fronte all’Inps, neanche se si trattasse di un iscritto Anapa, perché lui il senso della rappresentanza collettiva di una categoria ce l’ha impresso nel Dna e non è disposto a barattarlo in cambio di alcun interesse di bottega. 
Roberto Bianchi

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Una revoca è sempre brutta, ma a Natale è una vera e propria schifezza

Al di là degli aspetti politici, sui quali mi soffermerò nel proseguo del mio ragionamento, trovo sciagurata la scelta di revocare un agente alla vigilia del periodo natalizio, un’ostentazione di "celudurismo" aziendale tipica di qualche manager che cerca di sperimentare fino a che punto si può tirare la corda nel minare alle radici i principi del rapporto fiduciario sul quale si fonda il contratto di agenzia.
A Natale non si revoca ad nutum perché se non sussistono i presupposti dell’urgenza derivanti dalla giusta causa, qualsiasi decisione può essere tranquillamente rinviata a dopo le feste natalizie le quali, al di là degli aspetti orgiastici costituiti dallo spreco pagano frutto del consumismo odierno, mantengono una sacralità e una solennità che nessuno ha il diritto di oltraggiare in nome delle esigenze bilancistiche di un’azienda in ottima salute finanziaria e la cui denominazione richiama apertamente significati religiosi. Di conseguenza siamo tenuti ad offrire prima di tutto la nostra solidarietà umana ai colleghi fatti oggetto di queste particolari attenzioni da parte della loro mandante. Ma subito dopo dobbiamo anche chiederci le ragioni per cui alcune revoche per così dire minori e una più clamorosa siano state messe in atto all’indomani della sigla di un integrativo descritto nel sito istituzionale della mandante come “un accordo di sistema che segna un nuovo corso nelle relazioni industriali tra compagnia e agenti”. Si noti che il grassetto fa parte del testo originale, così come la maiuscola attribuita alla compagnia in segno evidente di superiorità e la minuscola agli agenti come impronta di soggezione.
La giustificazione potrebbe essere che la mandante si è affrettata a fare il “gioco sporco” prima del 1 gennaio 2019, data a partire dalla quale avrà validità l’intesa finalizzata a “fare sistema, ossia a creare una vera e propria partnership proattiva tra la Compagnia (sempre in maiuscolo) e rete agenziale (sempre in minuscolo)”.
Anche se volessimo attribuire alla vicenda una lettura così freddamente pragmatica, di quelle che piacciono tanto ai manager a tempo - mi ricordo che un direttore commerciale con il quale ho avuto a che fare quando ero Presidente di Gruppo mi diceva sempre “io non faccio politica” e mentiva sapendo benissimo di mentire – stonerebbe ugualmente il fatto che l’impresa dapprima dichiara di avere firmato l’accordo “in maniera corale” con tulle le “rappresentanze degli agenti” e dopo appena un mese revoca ad nutum uno dei presidenti con i quali ha condiviso “un efficace percorso che ha richiesto, durante le trattative, impegno e comprensione delle rispettive posizioni e convergenza verso obiettivi comuni”. E infatti si sono compresi così bene, in particolare con il collega presidente oggetto del provvedimento di revoca, che lo hanno buttato fuori senza tanti complimenti quando aveva già indosso il vestito rosso da Santa Claus per festeggiare il Natale con i suoi familiari.
Un atteggiamento intollerabile che va rispedito al mittente per i modi, i tempi e soprattutto la sostanza, in quanto il collega ricopriva le cariche di Presidente di Gruppo e di Presidente provinciale Sna. Tanto per ricordarlo a qualche dirigente aziendale di compagnia che fa finta di averlo dimenticato, l’intangibilità dei rappresentanti è uno dei pilastri della rappresentanza collettiva, in difetto della quale qualsiasi sindacalista si sentirebbe sotto minaccia continua e quindi impossibilitato a svolgere correttamente il proprio ruolo di tutela dei diritti dei propri iscritti. E questo non significa fornire alle figure apicali delle rappresentanze una condizione di privilegio imperniato sull’impunibilità personale, ma al contrario garantire all’intera categoria il diritto di essere tutelata da soggetti non sottoposti alla ritorsione. Al pericolo, cioè di finire in mezzo alla strada da un momento all’altro proprio come punizione esemplare per avere svolto correttamente il proprio compito sindacale. Della serie “puniscine uno per educarne cento” e più conta l’agente revocato, più intimidatorio sarà l’effetto della revoca.
Dovremo quindi valutare se non sia necessario inviare alla classe politica italiana un nuovo messaggio, forte e chiaro, riguardante lo sbilanciamento dei poteri nel rapporto di agenzia, già finito in Parlamento per il caso Pieri. Non soltanto perché un Paese democratico non può permettersi il lusso di tollerare la sottomissione di un’intera categoria alla controparte istituzionale, ma anche perché da questa sudditanza deriva un grave danno agli stessi consumatori i cui interessi sono strettamente correlati all’indipendenza professionale e imprenditoriale degli agenti ai quali hanno attribuito la propria fiducia.
Roberto Bianchi

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Gli accordi sui dati servono soltanto alle compagnie, ma perché li firmate?

Uno spettro si aggira per il mercato assicurativo, insinuandosi tra la tesi sindacale che gli agenti sono titolari autonomi nel trattamento dei dati della clientela e la tesi contrapposta delle compagnie che si tratti piuttosto di una contitolarità.
Alcuni sottovalutano la portata di una simile contrapposizione, quasi che immettere le notizie, ricevute dai clienti, vero e proprio oro nero del futuro, nel sistema informativo della compagnia potendone usufruire durante tutto il periodo del rapporto di agenzia per formulare proposte ed emettere polizze, per effettuare ogni tipo di operazione contabile, per aprire e seguire il tracciato dei sinistri, sia la soluzione più economica dal punto di vista amministrativo. Ma anche operativamente più semplice e soprattutto, diciamolo pure fuori dai denti, politicamente più neutra, visto che è fortemente voluta dalle imprese.
Vediamo quindi di frazionare il ragionamento nelle sue singole componenti a partire dal fatto che la stessa Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha affermato nel corso del recente incontro con il vertice di Sna e con i suoi consulenti che, secondo i disposti regolamentari, l’agente svolge sempre il ruolo di autonomo titolare e questo rende per lo meno superfluo sottoscrivere accordi che prevedano la contitolarità o la nomina dell’agente a responsabile del trattamento per conto della compagnia. Inoltre il significato stesso di CRM, acronimo di Customer Relationship Management che in italiano sta per Gestione delle Relazioni con i Clienti, dovrebbe far riflettere persino i più irriducibili faciloni che si affidano alla propria mandante con atteggiamento fideistico. Riempire il data base della compagnia con informazioni riguardanti la composizione familiare, il patrimonio immobiliare, il reddito annuo, ma anche semplicemente il numero telefonico o l’indirizzo di posta elettronica, significa consegnare alla compagnia la gestione diretta del rapporto con i contraenti, una facoltà che l’impresa non esiterebbe un solo attimo ad attivare, in caso di interruzione del mandato, contro l’agente che quella banca dati ha alimentato per anni, quando non per decenni gratuitamente. In altre parole alcuni gruppi aziendali siglano accordi integrativi secondo i quali gli iscritti raccolgono le informazioni più o meno sensibili della clientela e le immettono gratuitamente nel CRM della compagnia affinché essa possa sfruttarli mettendosi in concorrenza con gli agenti stessi nel momento in cui cessi il rapporto di agenzia, senza peraltro che questa facoltà sia parimenti riservata all’agente revocato o che abbia rassegnato le dimissioni. Complimenti una scelta strategica eccellente, per la compagnia, s’intende.
“Ma - dicono i soliti fiancheggiatori che si trovano sempre dalla parte sbagliata della barricata - nell’accordo c’è scritto che gli agenti possono utilizzare quei dati per ogni operazione connessa al mandato”. Certo, ma quando il rapporto fiduciario cessa, magari per una giusta causa che non sta né in cielo né in terra? Quand’anche poi negli integrativi fosse scritto che gli agenti possono utilizzare i dati dopo la cessazione del mandato, non vorrei essere nei panni del giudice chiamato ad esprimere un parere sulla vantata proprietà industriale e quindi sulla violazione della banca dati di una compagnia da parte di un agente che non collabora più con essa e che tenti di spostare altrove le polizze stipulate con i propri clienti.
Supponiamo infine, sia pure soltanto per un momento, che la contitolarità proceda con soddisfazione reciproca di mandante e mandatario al quale venga concessa la facoltà di prelevare i dati anche per effettuare quotazioni e stipulare polizze con altre compagnie, quale sarebbe comunque il vantaggio per l’agente di avere alimentato una banca dati che risiede nel sistema informativo proprietario di una compagnia che al termine del rapporto di agenzia la userebbe contro l’agente stesso che l’ha creata affidandola a un altro agente o a un canale alternativo, manco a dirlo munito di scontistiche da capogiro, ad esempio nella misura del 60-70% e senza limiti di plafond, destinate alla difesa del portafoglio?
A questo proposito cito e con questo concludo, il quesito che il Presidente nazionale Sna Claudio Demozzi sottopone ai firmatari di intese sui dati a dire poco incaute: “Perché alcuni grandi Gaa, come ad esempio il Ga.Gi. di Vincenzo Cirasola, si sono sentiti in dovere di firmare con tanta fretta accordi aziendali restrittivi della piena libertà operativa garantita agli agenti dalla Legge, oltreché dal GDPR e contemporaneamente della loro Titolarità autonoma nel trattamento dei dati dei clienti?". E aggiungo io, ma perché firmate accordi di qualsiasi natura, visto che non ce n’è alcun bisogno? A dire il vero un’idea sui motivi me la sarei fatta, ma forse è meglio che non la formuli esplicitamente.
Roberto Bianchi

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Il nuovo core business delle banche sarà l’assicurazione. E se fossero tutte chiacchiere da salotto?

Un nuovo vento soffia nei corridoi delle società di consulenza strategica dedicate al settore bancario, quello della bancassurance indirizzata alla sicurezza dai rischi personali e familiari, oltreché alla continuità del benessere. Bella novità direte voi, sono almeno 20 anni che le banche provano a fare polizze diverse dal ramo vita e nonostante i loro metodi discutibili nell’erogazione del credito, sono riuscite a raccogliere soltanto 2 miliardi di euro, ovvero poco più dell’1% del mercato italiano.
Sì è vero, un flop clamoroso, stavolta però tutto dipenderebbe dall’essere in grado di ripercorrere la via che a partire dagli anni ’90 ha consentito alle banche di mettere le mani sul ramo vita. Allora è stata vincente la scelta strategica di evitare abilmente che gli operatori bancari fossero costretti ad acquisire dal settore assicurativo le difficili competenze necessarie per raccogliere il risparmio finalizzato delle 100 mila lire al mese, trasformando piuttosto le polizze vita in prodotti di investimento da affiancare al catalogo finanziario della banca che è alla portata di qualunque operatore interno.
La novità consisterebbe quindi nell’esplorare il vasto e largamente sotto-assicurato mercato danni con l’approccio del gestore globale della sicurezza e del benessere, attraverso un nuovo modello distributivo impostato sull’organizzazione del servizio bancario per aree di bisogno dei clienti. Tanto per fare un esempio della sofisticata capacità di una banca di capire le esigenze della clientela, leggo in un depliant preso dal bancone della filiale presso la quale gestisco il mio conto separato che una certa polizza, il cui nome è scritto mezzo in italiano e mezzo in inglese per fare più fico, è rivolta “a tutti coloro che desiderano un adeguato sostegno economico in caso di infortunio e che siano intestatari di un rapporto bancario”. Non c’è che dire, un’idea molto singolare di indicare il target market, ovvero l’insieme di clienti che condividono in astratto caratteristiche comuni sulla base delle quali è stato pensato e realizzato il prodotto.
Tutte chiacchiere da salotto insomma, a meno che le banche non abbiano l’umiltà di ammettere che assicuratori si diventa e non ci si inventa, ma per nostra fortuna esse umili non sono, perché il potere dà sempre un po’ alla testa e sottrae lucidità nel valutare i competitori. Quello che mi stupisce davvero in tutta la questione è che questi scopritori del nuovo, per così dire “all’amatriciana”, siano convinti che l’assicurazione possa divenire l’ancora di salvezza della nave bancaria sempre più alla deriva. La logica sarebbe quella di uscire dagli asset produttivi tradizionali che generano sempre meno valore per la banca a causa della limitata o nulla crescita economica, della crescente concorrenza e della riduzione dei margini di profitto, per buttarsi a corpo morto sul settore assicurativo affinché si trasformi in una componente essenziale del core business bancario.
Quindi in breve, le banche hanno riscoperto la bancassicurazione nei rami danni nonostante abbiano mantenuto per decenni la dimensione di un bonsai nello scenario distributivo nazionale, le Poste facciano sempre più conti correnti e sognino di entrare a piedi uniti nel campo dei rami Rcauto e danni, consegnando sempre meno volentieri la corrispondenza, le compagnie abbiano tentato di fare assurbanching, cioè la collocazione di prodotti finanziari in agenzia, con esiti imbarazzanti e siano incerte se misurarsi nel settore dei pezzi di ricambio, nella digitalizzazione per la vendita on line delle polizze o nella tecnologia che ruota intorno alla giuda autonoma. Una baraonda generale, insomma, nella quale sguazzano quei manager e quei consulenti strapagati che sono capaci di convincere la comunità finanziaria dell’efficacia delle loro previsioni e soprattutto dell’efficienza delle loro ricette innovative i cui effetti si manifestano puntualmente dopo lo scadere dei contratti stellari a termine che riescono a sottoscrivere.
Nonostante nessuno faccia più il suo mestiere nella convinzione che nell’orto del vicino crescano ortaggi più rigogliosi, una costante c’è: tutti vogliono fare assicurazione e quindi è lecito dedurne che ci si guadagni, a dispetto degli scenari a tinte fosche erogati dalle mandanti agli agenti in ogni occasione favorevole. E allora permettete che anche io lanci la mia soluzione rivoluzionaria: innalziamo le barriere che impediscono a ciascun istituto di tracimare nell’alveo di un altro e lasciamo svolgere l’attività di assicuratore a chi la sa fare, gli agenti. Aumentiamo pertanto la remunerazione di questi ultimi perché sono gli unici capaci di fornire una risposta adeguata al bisogno di sicurezza proveniente dalle famiglie e dall’esercito di partite Iva che popolano l’Italia, rappresentando per questo la vera garanzia dell’equilibrio sociale fondato sulla mutualità.
Chiediamo infine ai conglomerati finanziari di fare business negli ambiti economici che competono loro per vocazione storica, smettendo di scimmiottare il lavoro degli altri.
È inutile, tanto la storia si evolve anche se cerchi di fermarla? Può darsi, ma facciamo attenzione agli apprendisti stregoni, perché spesso la scelta più rivoluzionaria consiste proprio nel fare le cose normali e soprattutto buone, in quanto utili alla collettività e non soltanto agli azionisti.
Roberto Bianchi

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L’iper-burocrazia produce un effetto nebulosa che non serve ai clienti e ostacola la libertà imprenditoriale degli intermediari

È possibile che la mia visione sulla declinazione nostrana delle nuove regole riferite alla distribuzione assicurativa possa essere considerata estrema e forse politicamente scorretta, ma francamente mi è difficile ascoltare le dotte esposizioni degli esperti di settore sulla materia senza provare la sensazione di trovarmi in una multisala e di vedere un film diverso da quello che avevo scelto quando, tanto tempo fa, ho deciso di diventare un agente di assicurazione.
Dopo quasi 40 anni di attività in una piccola città di provincia ove più o meno tutti mi conoscono, sono tenuto a presentarmi ai vecchi e nuovi clienti per spiegare loro chi sono, per chi lavoro, con chi collaboro e quanto guadagno prima ancora di iniziare la trattativa per assicurare un banale scooter. Paradossalmente, in dipendenza della politica commerciale dello sconto attuata dalle compagnie dirette e dai canali alternativi, ciò che riscuotere un minimo di interesse nell’assicurato è soltanto il prezzo: più basso è, più viene apprezzata la polizza, a prescindere dalle garanzie in essa contenute. Per buona pace della trasparenza, gli intenti di tutela del consumatore soffocano sotto il peso di una montagna di carte, centrate sull’intermediario e sulle procedure, che nessuno legge e che vengono fatte sottoscrivere soltanto allo scopo di evitare che una malaugurata ispezione possa metterne il luce l’assenza e attivare le temute sanzioni ad essa collegate.
“Sarebbe come se io andassi ad acquistare un’auto e sapessi tutto della Fiat e del concessionario, ma niente della macchina che sto acquistando”. Chi lo ha detto, Claudio Demozzi in una delle sue frequenti lectio magistralis sulla Idd? No, sono le parole di Paolo Martinello, Presidente di AltroConsumo, una delle maggiori associazioni consumeristiche italiane. L’avvocato Martinello grande esperto del settore assicurativo intervenuto al convegno organizzato qualche giorno fa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con la sezione Provinciale di Milano dello Sna sul tema della "Regolamentazione in materia di distribuzione assicurativa" ha inoltre aggiunto che l’eccessivo sbilanciamento della regolamentazione dei soggetti che intermediano, oltreché delle modalità di distribuzione, un vero e proprio “cocktail giugulatorio” per i consumatori, fanno perdere di vista la consulenza sul prodotto che soltanto un intermediario esperto e indipendente può esercitare.
Ecco, questo è esattamente il mio pensiero: l’informativa rivolta alla clientela è sostanzialmente inutile in quanto originata da presupposti sbagliati e dal pregiudizio negativo nei confronti degli agenti ai quali l’eccesso di burocrazia ha posto barriere tanto inutili ai consumatori quanto dannosa al libero esercizio dell’impresa-agenzia. Come spesso avviene nel nostro Paese in cui per decenni viene tollerata l’assenza di regole e poi si esagera per porvi rimedio, principi inviolabili come la tutela del consumatore e l’obbligo di operare nel suo migliore interesse, annegano in un mare di dettami e di divieti che servono principalmente al regolatore per giustificare la sua azione di controllo e quindi la sua stessa esistenza.
Parliamoci chiaramente, la consulenza costituisce il pane quotidiano dell’agente il quale, a differenza dei canali non professionali ispirati alla logica del mordi e fuggi, è orientato al lungo periodo nel rapporto con il cliente cui deve dimostrare, al momento del sinistro, che la polizza collocata era coerente con la tangibilità pratica del suo bisogno di sicurezza. Per questo sarebbe necessario che la vigilanza, anziché rendere la vita impossibile agli agenti con regolamenti come il 40 che tra l’altro prevede l’obbligo di allinearsi alle disposizioni dell’impresa anche nella collocazione dei prodotti, garantisse piuttosto agli intermediari professionali e in particolare agli iscritti in sezione A del Rui, il diritto di esercitare la propria attività consulenziale con “imparzialità. Un concetto considerato essenziale nella direttiva europea e ostacolato nel nostro Paese, per volontà dell’industria assicurativa, al punto da subire persino la censura lessicale e la sostituzione con l’insignificante definizione di “raccomandazione personalizzata”. L’obbligo di imparzialità voluto dalla Comunità europea è stato così trasformato dal legislatore italiano in obbligo di “equità” e l’agente consulente in venditore, ma non è questo di cui ha bisogno il consumatore per vedere garantito il suo migliore interesse e non è questo, parimenti, l’interesse degli agenti per vincere la sfida della sopravvivenza contro il tentativo delle imprese di disintermediare il mercato assicurativo italiano. Il grande Ginettaccio direbbe a questo punto, facendo ricorso alla saggezza popolare: “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”.
Roberto Bianchi

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Prevedere la “doppia opzione” negli accordi integrativi spinge gli agenti nelle fauci delle mandanti

Le trattative aziendali in generale e particolarmente quelle per il rinnovo dell’accordo integrativo, sono complesse al punto da impegnare le parti per mesi, quando non per anni. Semmai stupisce che in questo periodo le compagnie siano tutte alacremente affaccendate a sollecitare la sottoscrizione di impegni reciproci su punti molto controversi, come ad esempio la titolarità dei dati, tanto per citare quello che infervora maggiormente gli animi delle controparti. Al contrario in passato ostacolavano, quantomeno con atteggiamenti di ostruzionismo passivo, il confronto sull’esigenza pressante proveniente dalle rispettive reti di rivedere al rialzo i compensi provvigionali per risollevare la redditività agenziale, di migliorare e implementare il sistema informativo, di semplificare le procedure amministrative e gestionali impropriamente scaricate sulle agenzie.
Tra tanti in discussione, i punti focali di tutti gli integrativi attuali sono, da un lato, la digitalizzazione e cioè la forzatura delle imprese di virtualizzare il rapporto con la clientela per aggirare e quindi rendere marginale l’intermediazione agenziale e, dall’altro, il tentativo delle mandanti di impedire che l’agente svolga il ruolo di titolare autonomo delle informazioni ricevute dai clienti, potendo peraltro vantare la proprietà industriale del data base proprietario destinato a gestirle. Nel mezzo la restaurazione dell’esclusiva zoppa fatta passare sotto le mentite sembianze dell’incentivazione economica collegata al mantenimento del portafoglio in termine di premi e di pezzi.
Dal mio canto, trovo utile evidenziare un punto che sembra essere passato inosservato ai più e cioè che firmare un patto integrativo nel quale sia lasciata a ciascun iscritto la facoltà di scegliere, per esempio tra titolarità autonoma o contitolarità e più in generale tra doppie opzioni che l’impresa pone speciosamente come neutre l’una rispetto all’altra, sposta di fatto la trattativa dal piano collettivo Gaa-mandante, al piano individuale mandante-agente. E tutti sappiamo bene quale sia la capacità di persuasione che le compagnie sono in grado di mettere in atto quando hanno la possibilità di “lavorarsi” gli agenti presi isolatamente uno ad uno dal ponderoso apparato di personaggi in cerca d’autore che si alternano nelle agenzie fingendosi amici di vecchia data e suggerendo bonariamente che le alternative sono due solo sulla carta, perché la compagnia ne “gradisce” una sola e quindi proprio quella è bene scegliere, manco a dirlo, perché è la più conveniente per la mandante.
Non c’è dubbio, d’altro canto, che le banche dati rappresentino i filoni d’oro sui quali l’industria assicurativa punta in questa fase storica per disintermediare la distribuzione assicurativa e, nel contempo, per sviluppare la vendita diretta e la multicanalità.
Un contesto di negoziato aziendale nel quale si è inserito anche il botta e risposta, di cui abbiamo fornito nota nella pagina del Notiziario Sna, tra i due presidenti di Gruppo, Roberto Salvi del Gaat (ex Toro) e di Antonio Canu del Gag (ex Lloyd Adriatico), entrambi di comprovata fede sindacale, che forse hanno una visione diversa delle relazioni industriali e del modo di condurre il negoziato aziendale. Ma anche le differenti concezioni espresse dai Gruppi agenti di Cattolica e dai Gruppi agenti di Unipol, al cui interno si è sviluppato un dibattito molto intenso che rischia di allontanare le posizioni delle rappresentanze provenienti da esperienze diverse e messe insieme in modo forzoso con le fusioni societarie, piuttosto che avvicinarle sulla base di obiettivi comuni.
L’unico antidoto alla polverizzazione delle idee e delle rappresentanze è quindi il Sindacato Nazionale Agenti, proprio per la sua connotazione generalista che lo pone al di sopra delle parti specifiche nel prendere visione e nel valutare la reale portata delle clausole contenute nelle bozze degli accordi integrativi. Sottoporre al vaglio dello Sna gli integrativi prima di firmarli consentirebbe a ciascuno dei Gaa di adeguarsi alle testi sindacali riguardo ai punti comuni delle piattaforme negoziali ed evitare così che quanto uscito dalla porta di una trattativa rientri dalla finestra di un’altra. La scusa è sempre la stessa e consiste nel manovrare apertamente, o dietro le quinte, per dimostrare che le circostanze riferite alle condizioni ambientali e politiche di una specifica impresa giustificano il superamento di principi sulla cui tenuta altri Gruppi agenti fanno le barricate, perché non negoziabili.
In altri termini, è bene stabilire che le trattative di secondo livello, pur nella loro autonomia, non devono in alcun modo mettere in discussione i diritti acquisiti, ma anche convenire, una volta per tutte, che spetta al livello superiore, quello generalista, fare la sintesi degli interessi particolari e tracciare la strada corretta sui singoli temi comuni affinché non si arrechi danno, in modo più o meno consapevole, all’intera categoria. Anziché trincerarsi dietro il paravento del solito, logoro, sbiadito, senso di responsabilità, per essere sicuri di fare sempre gli interessi degli agenti sarebbe infatti così facile dire al direttore commerciale di turno: “mi spiace, ma questo argomento non è in discussione, perché le disposizioni di Sna in materia sono chiarissime”.
Roberto Bianchi

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Il GAAT difende l’autonomia degli iscritti e non firma l’integrativo aziendale

Torno sulla questione degli accordi integratiti aziendali perché in questi giorni me ne sono passati sotto mano diversi e devo, dire la verità, non capisco questa smania dei Gruppi agenti di anticipare i tempi rispetto alla piena comprensione dell’impatto operativo che la Idd provocherà sul mercato assicurativo italiano. O meglio, considero pericoloso sottoscrivere accordi che interpretano i disposti della direttiva europea, manco a dirlo sempre a favore delle imprese, consentendo loro di utilizzarli come pretesto per rimettere le lancette dell’orologio all’indietro. Stiamo infatti assistendo al tentativo di reintrodurre una sorta di esclusiva zoppa camuffata sotto le mentite spoglie di piattaforme digitali dedicate a rinsaldare il legame degli agenti con le rispettive mandanti. Queste ultime, all’opposto, non si sentono affatto vincolate al rapporto di partnership e percorrono piuttosto qualsiasi strada per marginalizzare l’intermediazione agenziale e per sviluppare la multicanalità de-professionalizzata.
Sono convinto, peraltro, che Antitrust non starà a guardare passivamente l’ennesima violazione dell’impegno preso dai maggiori brand operanti in Italia di astenersi dall’impedire il normale dispiegarsi della concorrenza in campo assicurativo. Integrazioni provvigionali basate sul mantenimento del portafoglio a dispetto del compito attribuito dalla normativa europea agli agenti di fornire alla clientela la necessaria consulenza prevendita imperniata sull’adeguatezza, accordi che vincolano la proprietà dei database riguardanti la clientela di agenzia a meccanismi di specularità con la mandante utili soltanto a riempire le banche dati delle compagnie con le informazioni fornite dai nostri clienti, tentativi di definire CMR di sistema unificati che mettano fuori gioco gli apparati tecnologici gestiti autonomamente dall’agenzia, vanno infatti nella direzione di impedire la mobilità dei portafogli e di ingessare la libera iniziativa degli agenti. Si tratta di un insieme di prescrizioni, inserite all’interno di piattaforme alluvionali di elevata complessità, il cui obiettivo principale è quello di aumentare l’integrazione della rete agenziale in seno all’impresa, proprio nel momento in cui lo Sna sta percorrendo la strada opposta, dettata dalla Idd stessa, di orientare l’attività degli iscritti in sezione A del Rui verso la consulenza professionale e verso la crescente indipendenza dalle rispettive mandanti, anche a beneficio del consumatore.
A ciò si affianca la bramosia dell’industria assicurativa di superare, mediante la stipula di integrativi aziendali, i principali istituti posti dall’Ana 2003 e dall’Accordo Nazionale dell’ottobre 1951 con efficacia erga omnes in quanto recepito dal DPR 387/1961, a tutela degli agenti. Un tentativo comprensibile perché è evidente che ciascuna compagnia preferirebbe fare leva sull’obiettiva debolezza negoziale del Gruppo agenti, piuttosto che delegare la trattativa alle rappresentanze generaliste delle due controparti settoriali - Ania e Sna - il cui esito è evidentemente molto meno scontato in considerazione del peso specifico acquisito dal nostro Sindacato in sede politica e istituzionale.
Quello che trovo molto meno comprensibile è l’arrendevolezza di taluni Gruppi agenti, pronti a sottoscrivere, a volte per convinzione, altre per “senso di responsabilità” patti peggiorativi di vario genere che integrano o addirittura mettono in discussione persino i diritti acquisiti.
Ritengo utile in questo senso pubblicare di seguito la lettera aperta inviata nei giorni scorsi ai colleghi del Gruppo Generali dal GAAT che ha trovato il coraggio di non firmare l’accordo integrativo e di abbandonare tutti i tavoli di trattativa aziendale, riservandosi ogni azione di tutela dei propri iscritti e invocando il supporto, peraltro già attivato, di Sna. Ecco, di questo stiamo parlando, dell’obbligo statutario di difendere gli interessi economici, professionali e imprenditoriali degli agenti dallo strapotere delle mandanti e non del fascino generato in taluni (troppi) dalle nostalgiche affinità elettive associate al vessillo dell’impresa. Bravo Roberto Salvi, tu e il tuo gruppo dirigente ci avete indicato concretamente la strada del negoziato nella fermezza dei principi che tutti i colleghi impegnati nei rispettivi Gaa dovrebbero seguire per garantire ai propri iscritti la necessaria autonomia dalla compagnia.
Roberto Bianchi

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No, grazie, non firmiamo accordi integrativi capestro

Avrete sicuramente capito che la Idd ha marcato con chiarezza l’enorme distanza tra i soggetti che compongono lo scenario assicurativo italiano. Le compagnie si sono fatte l’idea di poter utilizzare la nuova direttiva per integrare maggiormente le rispettive reti alle proprie strategie industriali e nel contempo per sviluppare indisturbate la multicanalità con l’obiettivo primario di ridimensionare il ruolo e la centralità (quindi la quota di mercato) degli agenti nella distribuzione assicurativa. Lo Sna, dal canto suo, è impegnato nel sostenere in tutte le sedi istituzionali le disposizioni contenute nel testo normativo europeo che garantiscono agli intermediari iscritti in Sezione A del Rui crescente autonomia rispetto alle fabbriche prodotti. 
Nel mezzo l’Istituto di vigilanza mostra di essere avviluppato sui temi legati all’ipotetica violazione delle norme di tutela del consumatore prima ancora che sull’efficacia delle norme stesse e sull’impatto pratico che esse provocano sulle parti interessate. Uno scenario a dire poco fluido in cui tutto potrebbe accadere se una delle due controparti facesse passi falsi tali da determinare un vantaggio negoziale a favore dell’altra.
Non stupisce in questo senso la disponibilità delle compagnie, che normalmente snobbano le proposte provenienti dai Gaa, trattati alla stregua di altrettanti laboratori gratuiti di sperimentazione tecnica, a proporre accordi integrativi dal contenuto solo apparentemente neutro, che in realtà contengono elementi di devastante pericolosità. Guai infatti a cedere sul piano dei diritti e delle tutele perché ciascuna impresa tenta la forzatura su aspetti diversi che, messi insieme in un quadro complessivo, formerebbero uno scenario di consuetudini devianti rispetto all’Ana in vigore, fortemente penalizzante per la categoria, sia nell’immediato che in prospettiva.
Proviamo a pensare a un integrativo che contenesse il rinvio all’Ana in vigore “per tutto quanto non derogato o disciplinato ex novo nel presente Accordo” o il recepimento delle variazioni o dei rinnovi dell’Accordo nazionale imprese agenti 2003 “se compatibili con le norme già previste nel contratto di agenzia con apposita appendice emanata dalla Società”, magari con l’intesa di “ridiscutere gli eventuali Istituti che dovessero risultare incompatibili o di non miglior favore con tali nuove disposizioni”. Vere e proprie aberrazioni politiche - la cui sostenibilità giuridica risulta peraltro tutta da dimostrare dal momento che gli Accordi nazionali hanno efficacia erga omnes - dalle quali non potrebbero venire che svantaggi gravi a danno degli agenti interessati e, peggio ancora, di tutti gli altri nel caso prevedibile in cui questo modo di fare trattative di secondo livello a ribasso dovesse assumere le caratteristiche di modello esportabile. Ancora più giuridicamente insostenibile risulterebbe inoltre concordare che ”il presente accordo diviene parte integrante dei singoli Incarichi di Agenzia”, senza alcuna sottoscrizione specifica da parte dei singoli agenti, in quanto questo farebbe passare la tesi fantasiosa secondo cui l’integrativo aziendale possa avere primazia legale sia rispetto all’Accordo nazionale, che rispetto al contratto di agenzia.
Siamo almeno sicuri dell’indennità di fine rapporto? No, se il Gaa sottoscrive che l’agognata liquidazione verrà corrisposta “sempreché non emergano o sussistano criticità gestionali/amministrative nel corso dei successivi 6 mesi dalla data di chiusura dell’Agenzia”. Un altro elemento di intollerabile indeterminatezza che lascia alla discrezione della mandante persino l’importo maturato in anni, se non decenni, di attività.
Accenno solo brevemente alla vexata quaestio della privacy sulla quale sono tornato più volte, soltanto per ribadire che gli agenti hanno tutto l’interesse nello scegliere la strada dell’autonoma titolarità e nessun vantaggio nell’accettare la contitolarità con la compagnia che risulta vincolante e limitativa nel rapporto con la clientela e altrettanto gravosa in termini di responsabilità. Tantopiù se l’agente venisse costretto dall’accordo integrativo a gestire i dati dei suoi clienti in modo “speculare” con la mandante, cosa che evidentemente metterebbe a disposizione della compagnia il patrimonio costituito dalla banca dati la cui proprietà industriale è ascrivibile soltanto all’agente titolare del trattamento.
Concludo, anche se potrei andare avanti per un pezzo nella descrizione del “bestiario” negoziale di secondo livello e non lo dico per denigrare l’impegno dei tanti colleghi che fanno ogni sforzo allo scopo di renderlo più vantaggioso possibile per i propri iscritti, con una domanda che ritengo nodale: perché affannarsi a siglare accordi integrativi aziendali proprio ora, quando converrebbe piuttosto difendere dalla protervia dell’industria assicurativa italiana quello che abbiamo conquistato con tanta fatica? Non sarebbe più utile fare quadrato intorno allo Sna, sottoporre alla sua valutazione politico-giuridica ogni bozza di piattaforma e condividere il patrimonio di esperienza così acquisito con tutti i Gaa, ad evitare che rientri dalla finestra dell’uno quanto esce dalla porta dell’altro?
Facciamo attenzione, perché quando facciamo parte di una commissione o di un gruppo dirigente, anche se mettiamo tutta la nostra passione nel dare il meglio di noi stessi, rimaniamo sempre degli “apprendisti stregoni”, mentre i nostri interlocutori sono professionisti, dotati di task force interne e di consulenti esterni, i quali devono il loro successo manageriale ed economico ai benefici che riescono a portare agli azionisti, anche a nostro danno.
Facciamo attenzione alle strette di mano calorose, alle occhiate empatiche di intesa, alla gestualità inclusiva sempre più ampia e circolare, perché sono frutto di consumata esperienza e di abilità negoziale che nulla hanno a che fare con l’amicizia. E se anche ce l’avessero, dovremmo chiederci cosa abbiamo sbagliato, come sindacalisti, per essere diventati così amici di una figura apicale dell’azienda di cui siamo controparte istituzionale.
Roberto Bianchi

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