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L'EDITORIALE

L'EDITORIALE

Annullati 215.000 congressi, un esercito di autocrati come Claudio Demozzi che rifiutano il confronto?

In un comunicato stampa diramato alla fine di luglio, la Federcongressi&Eventi denunciava lo stato di crisi del settore provocato dalle misure di sicurezza in tema di salute messe in atto dal Governo per limitare la diffusione del contagio e dalle scelte precauzionali adottate dagli innumerevoli enti e associazioni che ogni anno organizzano i rispettivi appuntamenti istituzionali.
Secondo il sondaggio effettuato dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica in collaborazione con la Federazione, il 70% degli appuntamenti previsti nel 2020 è stato cancellato e l’ulteriore 13% che era stato posticipato ad altra data nel corso dell’anno viene annullato a mano a mano che passa il tempo. Il residuo 17% è stato rinviato dagli organizzatori più ottimisti al 2021, salvo verificare la situazione del momento che purtroppo non si prevede particolarmente favorevole, visto che la somministrazione di massa dei vaccini richiederà ancora molti mesi prima di entrare a regime.
I numeri sono ancora più impressionanti delle percentuali, dato che circa 215.000 incontri istituzionali sono stati già annullati e si stima che quasi 40.000 lo saranno durante lo scorcio finale dell’anno, in conseguenza dell’andamento preoccupante dei contagi. I primi appuntamenti soppressi sono quelli che interessano i medici, per definizione i soggetti maggiormente informati sulla reale pericolosità degli assembramenti: Aida, Sic, Amab, Sipec, Adoi, Anmco, Sopsi e l’elenco potrebbe proseguire a lungo.
Al di là dei danni economici provocati dalla situazione drammatica che stiamo vivendo a uno dei settori più fiorenti del nostro Paese, quello che più mi preoccupa è comunque l’attacco complessivo alla democrazia interna di tutte le associazioni intermedie. Come avviene in Sna, infatti, un numero enorme di Presidenti uscenti ha deciso di frustrare il confronto sulle idee adottando lo svolgimento del congresso in modalità on line. Pensate, un’infinità di Claudio Demozzi che scelgono la via autoritaria di celebrare comunque l’appuntamento congressuale, anziché rinviarlo all’anno prossimo quando c’è il rischio che la situazione sia peggiore di quella attuale, tanto da doverlo rinviare ancora.
Un esercito di tecnocrati indifferenti alla componente relazionale delle adunanze istituzionali cercano di infilare il dibattito nell’ambito angusto degli schermi video, proprio come è accaduto in occasione dell’85° Comitato Centrale Sna del giugno scorso, il più partecipato e con il maggior numero si interventi nella storia dello Sna. Se ci pensate si tratta davvero di una mostruosità gratuita perché tutti avremmo preferito spostare l’evento di qualche mese purché fosse svolto di persona, ma lui no, il professorino dei primi momenti, che nel tempo si è trasformato in prepotente autocrate, non ne vuole sapere e ci costringe tutti a sopportare la freddezza del collegamento su pc, tablet o smartphone. Eppure avrebbe potuto continuare ad esercitare la sua funzione anche a mandato scaduto per altri 7 o 8 mesi, a dispetto di quanto suggeriscano il buon senso e la consuetudine e pur sapendo che un Gruppo dirigente in prorogatio, con mandato giunto a scadenza, è molto meno forte, agli occhi della controparte istituzionale, delle autority e del mondo politico, di quanto possa esserlo un vertice sindacale che ha di fronte a sé una prospettiva politica di tre anni.
Una cosa è fare affermazioni al limite della rilevanza penale in una chat che è sempre una modalità a distanza, ma va bene, altra è porre con chiarezza domande nell’unica sede deputata, il Congresso nazionale, senza potersi guardare negli occhi dall’alto del leggio e dovendosi accontentare del confronto a distanza che, in questo caso, non va bene.
Ma vuoi mettere? Tutti insieme, non si sa quando forse alla fine del 2021 o magari nel 2022, a fare corridoio e a tirare lungo la notte nelle hall degli alberghi per cercare una strategia capace di mettere in difficoltà Claudio Demozzi il quale, bisogna ammetterlo, ha la colpa principale di riscuotere un consenso spontaneo talmente plebiscitario da farlo somigliare a un dittatore che invece il consenso lo impone con la forza.
Non se ne può più di uno che le ha azzeccate pressoché tutte le battaglie sindacali, bisogna trovare qualche falla nella sua trasparenza politica e amministrativa, è giunto il momento di dimostrare “che almeno ancora siamo vivi!” dice qualcuno con il buon senso di chi prima ha fatto parte e ora prende le distanze. Sì, sarà pur vero che un solo contagiato durante il Congresso in presenza farebbe avviare la procedura prevista per i nuovi focolai e creerebbe difficoltà enormi a tutti i partecipanti, con il rischio reale di diffondere il contagio nella categoria, ma la posta in gioco: Giovanardi e Marano, Ebisep e Assicurmed, i compensi di carica e i gettoni di presenza, i bottegai di Aby Broker e quel prezzolato di Bianchi pagato con i prestiti fatti da Sna a Snas, è alta e merita di essere smascherata.
Un solo auspicio unisca tutti coloro che non accettano la decisione emergenziale adottata obtorto collo di svolgere per precauzione e per senso di responsabilità un appuntamento congressuale in modalità digitale: “come la natura insegna, un po’ di pazienza e la nebbia si dirada”. Così, aggiungo io, a cielo sereno ci facciamo tutti una bella risata e si sa che non conviene mai esultare con troppo anticipo.
Roberto Bianchi

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È colpa del clima elettorale in Sna o sono tornati gli incubi del passato?

Il Sindacato Nazionale Agenti si appresta a celebrare il suo LIII Congresso Nazionale, primo in modalità on line, che rappresenta il momento più alto della vita associativa in quanto deputato a tracciarne il disegno politico e gli obiettivi strategici. È pur vero che il rinnovo delle cariche crea sempre una certa fibrillazione, dovuta alla contrapposizione ideologica tra il vertice uscente e quello che desidera prendere le distanze da esso. Sarà quindi per questo che negli ultimi mesi qualche rappresentante di quella che possiamo considerare una risicata minoranza interna, non essendo la leadership del Presidente nazionale Claudio Demozzi messa in discussione dalla stragrande maggioranza degli iscritti, sta manifestando la propria esistenza in vita dopo sette anni di consenso plebiscitario espresso dalla base, non soltanto elettorale, del Sindacato al Presidente nazionale Claudio Demozzi.
Quanto ai toni è evidente che la parte in attacco, quella che intende captare consenso, si lasci andare a esternazioni spesso fuori dalle righe nel convincimento che qualche esagerazione possa giovare al proselitismo rivolto soprattutto agli indecisi e a coloro che storicamente manifestano una certa tendenza al cambio di casacca.
Nel passato, per fortuna non recente, in Sna abbiamo assistito a battaglie campali consumate sull’accidentato terreno dell’agone elettorale con vincitori e vinti che non hanno lesinato colpi bassi ai danni dell’avversario. Situazioni sgradevoli che non aggiungono nulla al dibattito politico e che normalmente servono ad appagare il desiderio di visibilità di coloro i quali amano fare i diversi per il gusto narcisistico di dimostrare che soltanto loro hanno gli “attributi” per andare fino in fondo. Quasi che tutti gli altri siano “pecoroni” piegati sotto il giogo del pensiero unico della maggioranza, un’accusa di totalitarismo ideale piuttosto stravagante che viene utilizzata come un noioso ritornello da chiunque si trovi in minoranza, salvo poi esserne biasimati quando le parti - ma non sarà questo il caso - si invertono.
Andare fino in fondo, dicevo, ma in fondo a che cosa? La storia recente del Sindacato che sembra una riedizione di quel triste passato, fatto di faide e di alleanze trasversali che pensavamo di avere superato nell’interesse reale degli iscritti, è di nuovo scivolata sul terreno delle congetture, delle accuse, degli equivoci, buttati là a bella posta affinché se ne parli senza che alcuno possa mai venire a capo della realtà dei fatti. Chi ci guadagna? Nessuno, neppure chi usa questi metodi discutibili di opposizione politica che riscuotono più rifiuto istintivo che consenso razionale. Chi rischia di rimetterci? Tutti perché l’eventuale indebolimento del Gruppo dirigente conseguente alle maldicenze di cui è fatto oggetto finirebbe per indebolire la categoria nel suo insieme agli occhi della controparte istituzionale, delle Autority e del mondo politico.
Posto naturalmente che l’obiettivo non sia fiancheggiare le imprese fiaccando lo Sna che rappresenta l’unica barriera reale allo strapotere dell’industria assicurativa, rimane soltanto l’ipotesi un po’ triste dell’autocompiacimento derivante dal ricoprire il ruolo di santo difensore delle cause perse nella battaglia contro il vertice associativo. Fatta salva la buonafede, che va in ogni caso riconosciuta a coloro che la pensano diversamente da noi, possiamo però constatare come questi “avvocati del diavolo” indossino l’abito usurato dei cavalieri senza macchia, solitari nell’affrontare le sfide che tutti gli altri non osano combattere, senza mai essere sfiorati dal dubbio che siano proprio loro in torto e che tutti gli altri abbiano ragione.
Ma il fascino sta tutto nel raccontarsi, agli occhi dei propri solidali, come eroi solitari impegnati nella lotta contro il potere costituito e nell’indurre il sospetto, mai la certezza, di un dilagante malcostume che soltanto loro hanno smascherato. Il trucco è semplice e consiste nel porre questioni scabrose in modo da suscitare la curiosità morbosa di coloro che sono soliti pensare male, forse perché abituati ad agire male, per poi porre quesiti la cui unica risposta sembri essere la condanna sommaria. E anche il metodo è altrettanto semplice, basta redigere dossier alluvionali nei quali siano presenti tutti gli ingredienti afrodisiaci del sospetto e rigorosamente assente quello essenziale della verità.
Quelli bravi direbbero che si tratta di storytelling, ovvero dell’arte di raccontare storie a modo proprio e di impiegarle come strategia di comunicazione persuasiva nei confronti di coloro che sono disposti ad essere persuasi.
Per fortuna in Sna ce ne sono assai pochi, come avremo modo di verificare in occasione del Congresso nazionale di fine settembre, altrimenti dovremmo persino preoccuparci.
Roberto Bianchi

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Qualcuno non ha ancora capito il significato del termine disintermediazione (o forse l’ha capito ed è in malafede)

Un paio di messaggi della simpatica “banda del buco” che tanto assiduamente contribuisce al quotidiano discredito del Sindacato, mi suggeriscono un breve approfondimento sul significato autentico del termine disintermediazione utilizzato nel gergo sindacale e non solo, per descrivere una delle tendenze più pericolose del mercato assicurativo italiano. Si tratta in effetti di un fenomeno multiforme nella sua complessiva articolazione che coinvolge numerosi soggetti, dalle compagnie che la perseguono con ostinato accanimento a danno delle rispettive reti agenziali, agli agenti stessi che la subiscono fin troppo passivamente, passando per la pletora di canali alternativi non professionali che tentano di riceverne il successo che finora è loro sfuggito.
La disintermediazione classica consiste nel tentativo delle compagnie di scavalcare le reti agenziali nel rapporto con il cliente attraverso l’utilizzo crescente della digitalizzazione: app di compagnia, incasso diretto dei premi sui conti correnti della mandante, facoltà dell’assicurato di effettuare operazioni in autonomia, come nel caso della sospensione della copertura Rcauto lanciata in pompa magna da Allianz.
Ancora più grave, se vogliamo, l’operazione già perfezionata dai maggiori brand di espropriare i rispettivi agenti della piena e autonoma titolarità nell’utilizzo dei dati della clientela e della proprietà industriale dei data base, in quanto la posta in gioco in questo caso era davvero epocale e la nostra categoria non ha capito la necessità di ostacolare con ogni mezzo le strategie aziendali. UnipolSai, Cattolica e altre che si stanno accodando, hanno persino approfittato della pandemia per lanciare un’operazione di marketing tesa ad acquisire le informazioni della clientela in cambio di uno sconto commerciale dell’8% sui premi di rinnovo delle polizze Rcauto.
Non c’è dubbio comunque che persino i nostalgici delle “buone relazioni industriali” o i buonisti dei Gruppi agenti che agiscono ispirandosi al “senso di responsabilità” sono ormai costretti ad ammettere che queste modalità operative messe in atto dalle compagnie hanno lo scopo di marginalizzare il ruolo degli agenti mediante la gestione diretta della clientela. Ne consegue che ogni distinguo nel merito, effettuato dai soliti fiancheggiatori dell’industria assicurativa, risulta a dire poco stucchevole.
È comunque possibile disintermediare il mercato anche in modi diversi e se vogliamo più sofisticati in quanto camuffati da vantaggio per gli agenti, quali la messa in circolazione di accordi di collaborazione che escludono ogni tutela contenuta nell’Accordo nazionale in vigore. Questa tipologia di non-mandati conferiscono alle fabbriche prodotti la proprietà dei portafogli raccolti dagli agenti e la facoltà di interrompere il rapporto collaborativo in qualsiasi momento senza applicazione di penali. Vale la pena di ricordare a questo proposito che l’agente attratto da una collaborazione basica di questo tipo, una per tutte quella proposta da Genialloyd che ne è il capostipite, fornisce alla compagnia diretta la caratteristica vincente di cui è maggiormente carente e cioè il rapporto umano di prossimità con il territorio e con i consumatori. Di conseguenza quegli agenti faciloni e superficiali che se ne avvalgono per fare qualche polizza in più nell’arco dell’anno e purtroppo ce ne sono troppi in giro, si scava la fossa da solo alimentando con il proprio lavoro quotidiano la disintermediazione di cui, almeno a parole, si sente vittima.
Esiste infine la via della multicanalità che passa attraverso la partnership strategica con soggetti estranei all’intermediazione professionale come banche e Poste italiane, altrimenti marginali sul mercato assicurativo o attraverso la collaborazione con i broker camuffati da comparatori Rcauto che nella promozione commerciale utilizzano immaginari cani parlanti e improbabili clienti che, mentre sono immersi nella vasca da bagno, ripetono ossessivamente il loro mantra pubblicitario, neanche si stessero dedicando a una pratica meditativa orientale.
Al contrario possiamo affermare nel principio, prima ancora che nei fatti concreti, che la collaborazione trasversale con un altro intermediario iscritto al Rui, non può mai essere considerata disintermediazione. Sempre che tra i soggetti interessati intercorra un rapporto fondato sul rispetto della titolarità dei dati e della loro proprietà industriale che devono rimanere attribuiti esclusivamente all’agente che propone l’affare, cosa peraltro chiaramente fissata nell’accordo tipo predisposto da Sna.
Collaborare con un broker grossista, prendiamo ad esempio Aby non foss’altro perché è il leader della triangolazione commerciale tra agenti, il quale colloca le polizze delle agenzie proponenti per lo più attraverso altrettante agenzie emittenti, non contribuisce a disintermediare il mercato, anzi, fornisce strumenti competitivi agli agenti che sono alla ricerca di soluzioni coerenti, in termini di qualità e di prezzo, con le esigenze dei propri clienti e agli agenti che emettono i contratti di raccogliere premi non programmati.
Sostenere il contrario significa non avere capito niente della disintermediazione e della portata eccezionale che le collaborazioni tra iscritti al Rui hanno assunto nel mercato rami danni e in particolare nell’auto oppure e sarebbe molto più grave, essere in totale malafede.
Roberto Bianchi

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Il singolare significato attribuito dal Gruppo Agenti Generali alla “reale appartenenza”

Il senso di appartenenza è un sentimento importante per colui che si riconosce in una associazione di rappresentanza, soprattutto in una società post-industriale come la nostra che tende a dissolvere i principali legami comunitari percepiti spesso come inefficaci a risolvere i problemi esistenziali dei singoli. Nel contempo il senso di appartenenza è altrettanto rilevante per l’associazione stessa che si fonda proprio sulla consapevolezza degli individui di avere una medesima matrice, che nel caso degli agenti di assicurazione è prevalentemente professionale.
Per essere più chiaro faccio un esempio che forse, più di qualunque altro, testimonia del comune interesse da parte del singolo agente di rispettare le direttive impartite dal proprio Gruppo agenti e, da parte di quest’ultimo, che tutti il maggior numero dei suoi iscritti si attengano alle disposizioni impartite nei momenti topici del negoziato aziendale: lo sciopero, che rappresenta la più chiara forma di autotutela, consistente nell’incrociare le braccia per un certo periodo di tempo allo scopo di indurre la controparte istituzionale, la compagnia, ad accogliere le istanze della propria rete.
Entriamo ancora di più nello specifico, facendo riferimento alla serrata indetta dal Gagi per manifestare contro il malfunzionamento del sistema informativo delle Generali e alla massiccia adesione degli iscritti che hanno fatto proprio l’invito di non aprire le agenzie per l’intera giornata del 18 novembre 2019, tornato di attualità per i motivi che vedremo. I soci del Gagi hanno dimostrato in quell’occasione senso di appartenenza e il Gruppo agenti ha ricevuto maggiore forza negoziale, nei confronti della mandante, proprio grazie alla robusta partecipazione allo sciopero.
Eh sì, ma quello garantito dall’art. 40 della Costituzione è un diritto e non un obbligo, ovvero il cittadino e quindi per definizione anche l’agente Generali che rimane pur sempre un cittadino anche se iscritto al Gagi, ha la facoltà di prendere parte a uno sciopero indetto dal Gruppo aziendale per spirito di appartenenza, ma si riserva di non farlo per i motivi che ritiene più opportuni. Sarà forse un crumiro che pensa solo a se stesso, o magari un anarchico riluttante verso le forzature ideologiche provenienti dall’esterno, ma conserva comunque la libertà di decidere con la propria testa se astenersi dall’aprire l’agenzia o meno. Scioperare non potrà mai un essere un obbligo e semmai assumerà le dimensioni di dovere morale laddove venga fatto proprio, anche solo per motivi di solidarietà, dal singolo soggetto interessato.
Ecco, stiamo parlando di libertà individuale anche se ad esercitarla è un agente che non intende esprimere il proprio senso di appartenenza al Ga e di conseguenza la sua scelta, seppure opinabile, non consente che a suo carico venga richiesta alcuna giustificazione, come invece è avvenuto in occasione della serrata indetta dal Gagi e alla quale non hanno aderito 103 colleghi.
La conseguenza è infatti che la ricerca identitaria o addirittura la sua rivendicazione, motivata dall’attesa che ogni associato fornisca non soltanto “un segnale di condivisione e di vicinanza”, ma anche di “reale appartenenza, attraverso il rispetto delle scelte che gli organi direttivi dell’associazione diramano sul territorio”, si trasformi nel tentativo di imporre il pericoloso pensiero unico. Se poi un associato non risponde all’immotivata richiesta di giustificare la propria decisione di non scioperare (e lo hanno fatto in 65) allora per i promotori dell’allineamento obbligatorio diviene “normale che sia «sanzionato» con la deplorazione, con la finalità di sottolineare il comportamento irrispettoso che provoca amarezza”. In altri termini se un socio Gagi non intende scioperare e alla richiesta illegittima di motivazioni della sua libera scelta non risponde, viene sanzionato con una deplorazione.
La delibera del Consiglio direttivo del Gagi del 25 e 26 giugno scorsi contiene un’affermazione persino inquietante laddove afferma che non dare riscontro alle “reiterate istanze partecipative e consultive” costituisce violazione delle “norme di Statuto” e dei “principi fondamentali che sovrintendono ad ogni forma associativa, riguardanti il dovere di collaborazione per l’attuazione-perseguimento dell’azione sindacale del Gruppo Agenti Generali Italia”.
Si noti peraltro che, in un simile clima di esasperata ricerca dell’adesione incondizionata e acritica, la succitata delibera attribuisce ai 65 associati in specie “la sanzione disciplinare della «DEPLORAZIONE»”, nonostante il Collegio dei Probiviri avesse in precedenza archiviato il deferimento dei colleghi considerandolo “… nullo all’origine”.
Anche volendo sorvolare la probabile violazione della privacy conseguente all’invio della comunicazione a mezzo e mail di compagnia: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. in quanto non di mia competenza, rimane il fatto che la deplorazione, sebbene considerata sanzione di lieve entità dal punto di vista disciplinare contiene, si legge anche ne “Il Pensiero della settimana” del Gagi, un “sentimento individuale o collettivo di riprovazione e di condanna” che non andrebbe mai condiviso con le impiegate di agenzia, pena il potenziale danneggiamento dell’immagine del destinatario e la sua possibile perdita di prestigio e di autorità agli occhi del personale dipendente.
Che dire, questo potere esercitato dalla maggioranza sulla minoranza, se non addirittura di setta segreta, sa tanto di negazione della diversità, in quanto al diverso colpevole di non avere scioperato viene attribuita troppo facilmente una condanna morale come la deplorazione che viene risparmiata, al contrario, a coloro i quali fanno incetta di portafogli costruiti con lunga dedizione al lavoro dai propri colleghi caduti in disgrazia. E pur essendo convinto che il ruolo di un Gruppo agenti sia innanzitutto rivendicativo e non già consociativo nei confronti dell’impresa e che la chiusura delle agenzie costituisca uno degli strumenti più efficaci di pressione politica verso la mandante, considero il crumiro meno moralmente deplorevole dello squalo che si mangia i colleghi, ma d’altro canto lo sanno tutti che io sono un sentimentale.
Roberto Bianchi

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L’accordo di Poste Insurance Broker con le compagnie dirette Genertel e Linear è un vero e proprio buco nero

Quanto abbiamo scritto del rapporto sinergico tra Sindacato e Gruppi agenti, soprattutto da quando il legame tra le due rappresentanze risulta così rafforzato. Eppure ogni qualvolta abbiamo l’occasione di provare nei fatti che siamo tutti d’accordo sui rispettivi ruoli, c’è qualcuno che imbocca improvvisamente un cunicolo spazio-temporale all’uscita del quale si ritrova al punto di partenza. E attenzione, il mio potrebbe non essere soltanto uno stereotipo descrittivo preso in prestito dalla fantascienza, dal momento che alcuni ricercatori impegnati nello studio dei viaggi interplanetari sono arrivati a sostenere come, almeno teoricamente, sia possibile passare attraverso tunnel spaziali, denominati wormhole, per collegare due luoghi distanti nell’Universo. Come? Secondo la stessa Nasa utilizzando l’influenza di un forte campo gravitazionale generato da un buco nero.
Ecco un buco nero, come quello del negoziato di secondo livello laddove il ruolo di supporto del Sindacato è definito in modo chiarissimo sul piano teorico, ma un po’ meno su quello della concretezza quotidiana, tanto che ad ogni piè sospinto la rappresentanza generalista viene accusata di una cosa, o del suo esatto contrario, a seconda delle convenienze espresse da questa o da quella rappresentanza aziendale. Prendiamo ad esempio la questione della titolarità autonoma e della proprietà industriale delle banche dati, lo Sna ha fornito per anni gli elementi di valutazione tecnico-politica, consentendo ai Gaa di sviluppare il negoziato con le rispettive mandanti, ritagliandosi nel contempo un ruolo di sostegno esterno e non mancando di guidare chi voleva essere guidato o di bacchettare chi aveva imboccato la strada sbagliata. In questo secondo caso i bacchettati hanno accusato a loro volta il Sindacato di non avere gestito direttamente la materia e di avere abbandonato i Gruppi a risolvere un contenzioso così complesso attraverso accordi sui dati di cui, peraltro, solo le mandanti sentivano l’esigenza.
Siamo così entrati nella macchina del tempo per tornare all’indietro quando gli integrativi aziendali, prima di essere siglati, dovevano essere preventivamente vagliati e approvati dall’Esecutivo Sna. Cioè gli stessi soggetti che rivendicavano maggiore autonomia, lamentavano stavolta di essere stati lasciati liberi di scegliere. Singolare non credete?
Per contrasto, durante il divampare dell’epidemia Covid-19, il Sindacato si è fatto carico di intervenire con tempestività sull’Associazione delle imprese, sull’Istituto di controllo, sui Ministeri competenti, per evitare che la categoria venisse travolta dalla tragedia in atto e ottenendo, per la prima volta nella storia, che il Governo attribuisse a quella degli agenti la rilevanza di attività essenziale ritenuta di primaria importanza per il Paese. L’accusa in tale circostanza è stata esattamente opposta rispetto alla precedente: troppa fretta nel chiedere aiuti economici a favore degli agenti e ingerenza abusiva nella sfera del negoziato aziendale, considerato il luogo ideale per parlare di quattrini, non sempre preservando i diritti acquisiti.
Altra macchina del tempo e altro buco nero, inteso non come assenza di materia, ma al contrario come corpo dotato di un campo gravitazionale così forte da attirare qualunque cosa si aggiri nelle sue vicinanze, proprio come fanno le compagnie a vocazione monomandataria con gli agenti che ne ripetono il mandato e con i Gaa che li rappresentano. Eccoci di nuovo trasportati all’indietro nel tempo quando qualche Gruppo rivendicava la libertà di venire risucchiato dalla mandante e la discrezionalità di accontentarsi degli spiccioli messi a bilancio nei piani industriali.
Vogliamo concludere con Poste Italiane? Qui la macchina del tempo ha lavorato in modo ancora più sofisticato perché di fronte all’ufficializzazione della partnership distributiva di Poste Insurance Broker di Poste Assicura con le dirette Genertel di Generali e Linear di UnipolSai, lo Sna, sempre nel solco del rispetto verso le autonomie aziendali tracciato dal Presidente nazionale Claudio Demozzi, ha confermato il sostengo a qualsiasi sollecitata azione utile a ostacolare questa operazione che rischia di destabilizzare il mercato assicurativo danni italiano.
E di rimando ha ricevuto dai Gaa, o meglio da quelli disponibili al dialogo, l’apertura per un “confronto costruttivo”. Come a dire parliamone pure, ma la scelta giusta per noi, ora come sempre, è “rafforzare la relazione e la centralità delle agenzie a livello di sistema con la compagnia”, anche quando questa è pronta a fare concorrenza ai propri agenti per mano dei 130.000 dipendenti operanti all’interno di 132 filiali e 12.800 uffici postali focalizzati a raccogliere sui target tipici delle agenzie, le stesse delle quali si vorrebbe preservare la centralità nel sistema distributivo della mandante.
Insomma un altro buco nero e poi continuate a dire che si tratta di fantascienza.
Roberto Bianchi

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Fermiamo la fuga dalle libertà conquistate e dai diritti acquisiti

Ci siamo detti più volte che l’attuale condizione dell’agente può essere considerata ottimale, dato il coesistere delle tutele contenute nell’Accordo Nazionale Agenti Imprese con le libertà introdotte dai Decreti Bersani in tema di divieto dell’esclusiva di mandato e dalla Legge Monti riguardo alla collaborazione orizzontale tra iscritti al Rui. Le normative di settore ci garantiscono inoltre la facoltà di esercitare l’autonoma titolarità dei dati raccolti dai clienti e di rivendicare la proprietà industriale dei data base, in uno scenario nel quale l’attività consulenziale finalizzata a garantire l’effettiva coerenza e adeguatezza dei contratti collocati, può essere remunerata dalla clientela oltre la componente provvigionale contenuta nel premio di polizza.
Insomma, l’agenzia si potrebbe porre sul mercato come il presidio più forte della relazione continuativa con il consumatore e l’agente come il consulente professionale delle famiglie e delle partite Iva, nel quadro di un rapporto funzionale con le fabbriche prodotti alle quali accedere, di volta in volta, per fornire alla clientela il servizio assicurativo di maggiore qualità.
E allora perché gli agenti, presi nel loro insieme, come categoria, prima ancora che come singoli imprenditori, non riescono a liberarsi dei vecchi e nuovi vincoli imposti loro dalle rispettive mandanti? Possiamo supporre che la motivazione abbia origini psicologiche e pertanto, parafrasando il convincimento di un grande personaggio tedesco che illuminò il pensiero internazionale nel secolo scorso, diremo che l’agente di oggi ha raggiunto la libertà, ma non riesce a usarla per realizzarsi completamente come imprenditore e, anzi, la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Siamo infatti circondati da esempi di schiavitù quotidiane la cui accettazione ha origini emozionali, quasi che poter fare affidamento su chi pensa per loro conto renda una grande quantità di agenti più sicuri nell’affrontare il proprio lavoro. Come se preferissero le catene alla libertà.
Nel rassicurante chiuso delle nostre assemblee ci sentiamo tutti leoni pronti a difendere con ogni mezzo le nostre prerogative, non foss’altro perché l’insieme cancella le incertezze dei singoli, i loro volti e i loro nomi. Ma, se presi uno per uno, i colleghi meno attrezzati sul piano ideale stentano ad assumersi la responsabilità di svolgere il proprio ruolo, quando il presente e tantopiù il futuro professionale viene messo in discussione dal manager di turno o dai suoi epigoni che si presentano in agenzia con il compito preciso di “creare il problema”. Questa situazione preoccupante concepita ad arte sviluppa nell’agente una crescente ansia da prestazione che viene prospettata come risolvibile soltanto mediante l’assunzione delle ricette curative offerte dalla compagnia. Per ottenere la sua soggezione è sufficiente provocare in lui una reazione di paura, farlo sentire inadeguato nella gestione delle nuove modalità di rapporto con il cliente o nel fronteggiare i nuovi competitori tecnologicamente più attrezzati, convincerlo che è fuori mercato, potenzialmente spacciato, a meno che… A meno che non accetti di subire passivamente le strategie di sviluppo della mandante, a partire dal regalo richiesto per dimostrare tangibilmente la sua sottomissione: la firma del nuovo mandato peggiorativo, o dell’accordo che cede alla mandante la titolarità e la proprietà industriale dei dati, o del protocollo per l’incasso tramite il pos direzionale finalizzato a disintermediare il flusso finanziario dei premi.
È necessario renderci conto di come tutto ciò sarà ancora possibile fintantoché la nostra categoria non riuscirà a ricollegare in modo strutturale e quindi risolutivo le libertà imprenditoriali dei singoli, che sono sottoposte ai veti dell’industria assicurativa finché vengono esercitate individualmente, a quelle della collettività sotto la bandiera generalista del Sindacato. Non si tratta di fare gli eroi, ma semplicemente di capire che i diritti non sono dotati di vita illimitata e che, se non vengono costantemente difesi dal tentativo delle compagnie di sopprimerli, magari scambiandoli con qualche temporaneo vantaggio, si sbriciolano sotto il peso degli integrativi aziendali. E tutti siamo chiamati a difenderli, sia nei momenti di aggregazione quando ci sentiamo invincibili, sia nel segreto delle nostre agenzie quando siamo schiacciati tra i timori ingannevoli indotti dalle imprese e le false scappatoie che ci vengono suggerite.
Il poeta latino Caio Giulio Fedro a questo proposito sosteneva che una delle caratteristiche della preda ideale è la sua stessa debolezza: “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”, ovvero la gran parte del potere che le compagnie riescono ad esercitare è dovuto alla paura di noi agenti che ci lasciamo intimidire. E allora basta fare le pecore, non ne vale la pena, neanche per sbarcare il lunario.
Roberto Bianchi

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Per gli agenti è ora di saltare fuori dal pentolone delle compagnie prima di finire bolliti

Negli ultimi tempi sto maturando la convinzione che il plurimandato e le collaborazioni orizzontali tra iscritti al Rui potrebbero essere le ultime grandi conquiste della nostra categoria, se l’industria assicurativa riuscisse a sviluppare gli anticorpi utili a rimettere le lancette del tempo indietro nella storia. Ai suoi tempi Roberto Gavazzi, nei primi due giorni di lavoro da amministratore delegato, eliminava i direttori generali di Fondiaria, Milano e La Previdente comunicando loro laconicamente: “Io sono abituato a lavorare da solo”. Con la stessa arroganza avrebbe voluto fare strage di agenti convinto che l’unica strada per risanare il Gruppo finanziario fosse utilizzare senza scrupoli il pugno di ferro con tutti. Molta acqua è passata sotto i ponti e la strategia delle imprese è radicalmente cambiata, non tanto perché i manager abbiano perso il vizio, quanto piuttosto perché hanno dismesso il pelo dei taglia teste che pretendevano di ottenere tutto e subito, per trasformarsi in altrettanti strateghi del lungo periodo.
Provate a immaginare se soltanto cinque o sei anni fa una qualsiasi rete agenziale si fosse vista impedire dalla mandante, in un colpo solo, il libero esercizio del plurimandato e delle collaborazioni, avesse subito lo scippo dell’incasso dei premi, della libera titolarità dei dati della clientela e della proprietà industriale dei data base di agenzia, fosse stata sottoposta a una digitalizzazione forzata volta a disintermediare la gestione dei clienti e a sviluppare la multicanalità distributiva. Come minimo il Gruppo agenti, fosse stato anche il più fidelizzato alla mandante, sarebbe sceso in piazza insieme allo Sna e avrebbe iniziato una stagione di lotte dedicate a tutelare ogni singolo agente dalle prepotenze che stava subendo. Ecco in cosa consiste il trucco adottato dall’industria assicurativa per raggiungere i propri obiettivi: sgretolare progressivamente, mattone dopo mattone, il muro della resistenza opposta alla loro protervia dal Sindacato nazionale agenti e dai Gaa illuminati ad esso iscritti, facendo digerire le pillole letali una alla volta. Ciascuna compagnia si specializza sul proprio terreno e le altre la emulano in un continuo mescolio di carte in tavola. Una spinge sulla disintermediazione scippando i dati dei clienti, l’altra invertendo il flusso finanziario e appropriandosi dell’incasso dei premi, un’altra ancora pressa sulla multicanalità e magari sul contemporaneo ripristino dell’esclusiva di fatto e così via. Poi, quando il principio è stato forzato e la corrispondente rete agenziale l’ha digerito, l’operazione viene copiata in una continua rincorsa all’omologazione al peggio imperniata sulla nostra rassegnazione al peggio.
Sì è vero, ogni tanto qualche prova muscolare non guasta, perché i “morti” fanno miracoli nel fare in modo che il pasto amaro della sudditanza venga ingurgitato senza troppa resistenza, però le imprese hanno acquisito l’intelligenza di alternare la frusta con il più rassicurante zuccherino. L’essenziale è che ogni strappo sia venduto in chiave di vantaggio, dal management e via via giù dai vari sottolivelli di responsabilità fino ai personaggi in cerca d’autore che affollano le nostre agenzie, affinché la svendita dei diritti conquistati nel tempo dalla categoria appaia utile agli interessi degli agenti anziché dannosa, a volte irreparabilmente, come in effetti è.
I ricercatori della John Hopkins University, nel lontano 1882, aveva svolto uno studio notando che, se infilata in una pentola di acqua bollente, una rana aveva la reazione immediata di saltare fuori dal contenitore per trarsi in salvo mentre, se posta in una pentola di acqua fredda che poi veniva riscaldata in modo costante, la rana finiva per assuefarsi al calore crescente e finiva per morire senza alcuna reazione.
Sulla scorta di questo precedente accademico, il linguista e filosofo americano Noam Chomsky elaborò in seguito una riflessione più completa su quella che denominò appunto tecnica della “rana bollita”, quotidianamente utilizzata dalle mandanti per sfiancare la capacità di reazione dei mandatari, cioè di tutti noi. Una metodologia travestita da “benessere” e comprendente il solito corollario di fascinazioni come il “nuovo modo di approcciare il mercato”, la “maggiore integrazione con l’impresa”, una “tecnologia sempre più sviluppata”, un “approccio evoluto con la clientela”, che nella realtà si dimostrano essere altrettanti tratti della strada verso la marginalizzazione della nostra categoria.
Il futuro però è nelle nostre mani e nel nostro coraggio di dare vita a un mondo migliore. Certo che corriamo e correremo qualche rischio scegliendo di accettare il cambiamento, ma è bene renderci conto che esso non consiste nel cedere al fascino avvolgente del liquido manipolatorio nel quale le compagnie provano a bollire i nostri cervelli, quanto piuttosto nel conquistare l’indipendenza imprenditoriale e l’autonomia professionale dalle fabbriche prodotti.
Così come ai tempi di Gavazzi è toccato al Sindacato fare le barricate contro la pericolosità dei manager autoritari, oggi gli compete di far capire alla categoria che non sarà tanto l’acqua bollente ad ucciderla, quanto piuttosto la sua eventuale incapacità di intuire quando è il momento di saltare fuori dal pentolone.
A mio avviso quel momento è arrivato e secondo voi?
Roberto Bianchi

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Così non va: UnipolSai si appropria dei dati, Allianz spinge sull’incasso diretto e Axa pensa di cavarsela con pochi spiccioli

Il prolungarsi dello stato di emergenza genera nella collettività un diffuso stato di ansia, cosicché l’incertezza del presente e l’impossibilità di governare il futuro sviluppano negli individui il rafforzamento del legame con il soggetto che sembra garantire loro maggiore sicurezza. E se questo è vero sul piano generale, lo è sicuramente anche nel nostro specifico ambiente, pesantemente colpito dall’improvviso innestarsi della crisi di incassi e quindi di remunerazione, sul ceppo già sofferente della redditività agenziale.
Molti agenti, soprattutto i monomandatari, ma anche i pluri non ne sono immuni, tendono a riconoscere nelle compagnie la casa comune nella quale rifugiarsi nel tentativo di esorcizzare la propria precarietà. Le imprese hanno perfettamente compreso che il Coronavirus è venuto in loro aiuto creando le condizioni per l’aumento del grado di dipendenza delle agenzie dal nucleo pensante costituito dal management aziendale.
Ecco allora che l’impegno profuso dalle major assicurative nell’elargire prestazioni assicurative gratuite come il rimborso di un mese di premio Rcauto e l’omaggio di una copertura Covid-19 ideate da UnipolSai o il tentativo di invertire il flusso finanziario mediante l’incasso dei premi direttamente sul conto corrente della compagnia messo in atto da Allianz, tanto per citare le scelte di due tra i più significativi player del mercato, vengono scambiate dai più distratti e sembra di capire anche da alcuni Gaa, come vantaggio per la rete agenziale.
Fa da sfondo a questa strategia finalizzata alla disintermediazione distributiva l’appropriazione delle informazioni che la clientela rilascia al proprio agente di fiducia e che costituiscono il vero patrimonio delle agenzie, da parte delle mandanti. Parliamoci con chiarezza: lo scippo dei dati operato approfittando dell’emergenza pandemica serve a creare la relazione diretta compagnia-clienti e a marginalizzare l’intermediazione degli agenti. Tende cioè a strappare loro il rapporto personale con gli uomini, le donne, gli imprenditori, i professionisti che compongono il portafoglio agenziale e se non difendiamo gelosamente questo collegamento, prima di tutto mano, allora siamo perduti, non abbiamo un futuro.
Ancora non tutto è perduto, dato che Nielsen Media Italia, al termine di una indagine condotta per conto di Prima Assicurazioni, ci informa che oltre il 70% degli automobilisti che hanno polizze Rcauto in scadenza nel periodo compreso tra febbraio e giugno 2020, sta rinnovando i contratti in corso, sia pure usufruendo delle dilazioni concesse dal Governo. Meno dell’8%, prosegue la ricerca, proverà a cambiare compagnia per risparmiare e soltanto un marginale 4,5% degli assicurati, nel periodo del lockdown, ha sottoscritto o intende sottoscrivere – e tutti sappiamo quanta distanza intercorra tra le dichiarazioni rilasciate durante un’intervista e l’agire effettivo – una polizza on line.
Questa conferma di fiducia nei confronti degli agenti che intermediano i 4/5 del mercato auto non giustifica però atteggiamenti di passiva autoreferenzialità e anzi deve spingerci a difendere con forza, anche mediante l’utilizzo crescente della tecnologia, la titolarità esclusiva e autonoma dei dati e la proprietà industriale dei data base di agenzia, oltreché l’incasso dei premi della clientela, per fare sì che i tentativi delle mandanti di eludere l’intermediazione professionale degli agenti vadano in fumo.
Alla difesa dei questi diritti acquisiti si aggiunge l’argomento negoziale del momento tra Sna e Ania in chiave generalista e tra Gaa e singole imprese, costituito dalla richiesta rivolta all’industria assicurativa di investire sulle agenzie mediante contributi economici straordinari e di lungo periodo indirizzati a evitare la decimazione della categoria. Niente a che vedere con i 2 punti percentuali di aumento provvigionale sull’incasso della Rcauto e il recupero del 60% delle provvigioni perdute, contenuti nel piano di sostegno predisposto da AXA limitatamente ai soli mesi di aprile e maggio.
Non è peraltro giustificato che qualcuno tenti di raccontare la novella secondo cui il vertice Sna avrebbe fatto fughe solitarie in avanti, perché questo è palesemente falso. Ogni documento uscito da Via Lanzone alla volta delle controparti e delle istituzioni ha infatti recato le firme congiunte del Presidente nazionale Sna e del Presidente del Comitato dei Gaa. Ma anche laddove il flusso delle informazioni e delle comunicazioni avesse subito momentanee interruzioni dovute alla criticità del momento, qualsiasi presa di distanza non potrebbe comunque trovare accoglienza, perché questo è il momento della convergenza sostanziale e non dei distinguo formali, tanto più se pretestuosi.
Mi viene pertanto da concludere invitando a mollare, prima che sia troppo tardi, coloro i quali si sforzano in malafede di enfatizzare ogni più piccola sfumatura ideale che divide e nel contempo chiedendo di continuare nel proprio sforzo quotidiano a chi ricerca in buonafede ogni possibile pensiero che unisca sotto la bandiera dello Sna.
Roberto Bianchi

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Il futuro degli agenti di assicurazione sta ora nel programmare le contromisure di medio-lungo termine al Covid-19

Mossi dall’ottimismo del cuore siamo tutti in attesa che il peggio passi al più presto e che il distanziamento sociale venga revocato per lasciare spazio alla progressiva ripresa delle attività produttive e soprattutto delle relazioni interpersonali. Sì perché sebbene ciascuno di noi sia consapevole delle drammatiche ricadute che i provvedimenti restrittivi adottati ormai in tutto il mondo stanno provocando sull’economia, prevale sull’istinto individuale il peso delle limitazioni subite dal diritto al movimento. Una facoltà inalienabile riconosciuta da tutte le democrazie occidentali e in particolare da quelle europee firmatarie di uno specifico trattato che garantisce alle persone la libertà di spostarsi e di scegliere dove lavorare, studiare, stabilirsi, a prescindere dalla nazionalità e tantopiù dal colore della pelle, dalla razza o dalla religione. Il virus assassino che miete vittime con subdola crudeltà ha però indotto i governi a “condannare” i cittadini, compresi quelli sani trattati come potenziali malati, a una insopportabile libertà vigilata e persino a sospendere la convenzione di Schengen affidando alla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen l’incarico di annunciarla al termine di una drammatica videoconferenza tenutasi a metà del mese scorso.
C’è poi il grande tema dei dati personali, più o meno sensibili, che sono destinati a diventare sempre meno privati o riservati, in dipendenza dei sistemi di controllo che stanno prendendo piede ai vari livelli della nostra vita personale o professionale allo scopo di tracciare e quindi circoscrivere la pandemia. Il caso emblematico della Corea del Sud, forse presto emulato anche nel nostro Paese, che monitora le inclinazioni di tutti i cittadini mediante una app installata in ogni smartphone per registrarne le abitudini quotidiane e che potrebbe apparire persino più pericoloso del contagio, perché il virus è cieco e colpisce a caso, mentre il controllo di massa può dimostrarsi mirato e persino personalizzato, come ci hanno insegnato i recenti scandali provocati dall’utilizzo fraudolento degli algoritmi per orientare le scelte elettorali di milioni di cittadini.
Non appaia quindi nichilista che quell’atteggiamento fiducioso fondato sulla speranza mai sopita che “andrà tutto bene” lasci spazio, di tanto in tanto, a un comprensibile pessimismo imperniato sulla ragione e quindi sulla consapevolezza che le cose forse non torneranno mai alla normalità, almeno così come la conoscevamo prima del Covid-19. C’è la possibilità che l’attitudine ai rapporti umani risulti gravemente danneggiata dal lungo periodo di isolamento cui saremo stati sottoposti, che la tendenza già ampiamente in atto nelle giovani generazioni di sostituire il corpo e i linguaggi non verbali in messaggi virtuali affidati ai social media possa trasmettersi con relativa facilità e rapidità anche agli adulti.
Anche senza la presunzione di ricondurre un dibattito così complesso nello spazio angusto di poche righe, sarà però il caso di porsi il quesito di quali saranno le conseguenze, per la nostra categoria, del possibile persistere della pandemia e dell’eventuale ritardo nell’individuazione delle terapie curative e del vaccino preventivo. Cioè capire come prendere le misure alla prolungata assenza dei clienti dalle agenzie, al continuo rinvio degli incassi e alla progressiva proroga delle coperture oltre la durata contrattuale.
Dobbiamo evitare, da un lato, che gli utenti vengano attratti dal fascino delle sirene telefoniche e telematiche, tempestive nel promuovere una campagna pubblicitaria massiccia per rilanciare l’illusorio vantaggio di acquisire un contratto assicurativo rimanendo comodamente sdraiati sul divano di casa e, dall’altro, che le compagnie si approprino degli incassi dei clienti spingendo sull’acceleratore della gestione diretta dei clienti e quindi della disintermediazione. Perché non dimentichiamo che l’industria assicurativa ha fatto investimenti stellari negli ultimi anni per digitalizzare le imprese e per sviluppare a tappe forzate la multicanalità.
Ecco quindi che il compito del Sindacato e dei Gruppi agenti consiste nell’immaginare ogni possibile scenario futuro, sia che la tanto attesa “fase 2” consegua in tempi relativamente brevi il ritorno alla normalità, sia che malaugurati focolai di ritorno causino ulteriori ritardi.
Una volta esaminate le diverse prospettive di medio-lungo termine sarà pertanto necessario predisporre le necessarie contromisure, dal momento che mettere in atto una resistenza basata sull’attesa passiva rischia di essere letale per tutti i soggetti deboli che compongono la nostra categoria. Nel contempo è lecito supporre che una moltitudine di specialisti stiano strizzando i propri cervelli allo scopo di individuare i modi attraverso i quali le compagnie possano trarre vantaggio dalla tragedia in atto.
L’azione tempestiva e brillante dello Sna nel rivendicare a nome di tutti gli agenti il bisogno urgente di provvidenze straordinarie da parte delle mandanti, ha rotto il muro dell’indifferenza generando un virtuoso rincorrersi di contributi a fondo perduto grazie al quale forse sarà possibile salvare dalla chiusura una fetta importante delle agenzie. 
Ora si tratta di mettere i cervelli pensanti di consulenti strategici, economisti, esperti di modelli gestionali e di sviluppo, talenti informatici, sociologi e psicologi relazionali, al servizio della nostra causa affinché all’uscita dall’emergenza, auspichiamo il più vicina possibile, tutti gli agenti riescano a rimanere sul mercato per svolgere il proprio ruolo consulenziale al servizio della clientela.
Roberto Bianchi

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La compagnia Darag revoca ad nutum una nostra collega in piena pandemia, mentre la categoria piange le sue vittime

In Giappone c’è addirittura un manuale che detta le regole da rispettare quando il manager mette alla porta un collega: niente convenevoli o inutili spiegazioni, durata massima dell’incontro 30 minuti, modi rapidi e indolori tanto che l’intera operazione risulti asettica persino a chi la subisce. E addio, o meglio sayonara, come direbbero i giapponesi. Paolo Citterio con esperienza negli uffici del personale di grandi aziende italiane e presidente dell’Associazione dei Direttori delle risorse umane, affermava sul portale informativo Businesspeolple che “il momento più difficile, per entrambi, è quando si deve spiegare a un collaboratore che non si ha più bisogno di lui: la reazione è sempre fortemente emotiva, spesso ho visto piangere. Per questo serve molta umanità, ma anche determinazione ” e soprattutto, aggiungerei io, nessun rimorso. Sì, è vero, Citterio chiudeva la sua agghiacciante descrizione con una nota di sensibilità, ma essa appare quantomeno riparatoria: “mai troppa fretta e sempre grande disponibilità per offrire un percorso di aiuto”.
Ecco, il vantaggio per il manager di una compagnia assicurativa che somministra il veleno letale della revoca ad nutum risiede nel fatto che non deve neppure lasciarsi andare a patetici incoraggiamenti su come sarà facile trovare un nuovo mandato, è sufficiente che spedisca una e mail in posta certificata e il gioco è fatto, l’agente è potenzialmente in mezzo alla strada.
È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo per conto della mandante, perché torna utile a tanta gente che teorizza sui vantaggi derivanti all’azionista dalla ristrutturazione degli assetti distributivi sul territorio che definirei, altrimenti, selezione della razza. Chi ha visto George Clooney in “Tra le nuvole” nei panni dell’head chopper, ovvero del tagliatore di teste se utilizziamo la più cruda versione italiana del suo non invidiabile ruolo, capisce al volo di che cosa sto parlando. D’altro canto la parte del cattivo nei film è spesso appassionante, al punto che più di qualche spettatore si immedesima in lui, anche per esorcizzare la propria perversa coscienza di invidiarne la libertà nello sfoggiare il peggio di sé, sopita a malapena dall’obbligo di rispettare la regola sociale della decenza.
La vita, però, è un’altra cosa e nessuno di noi dovrà mai farsi coinvolgere dalla meschinità di coloro i quali infieriscono sui nostri colleghi impossibilitati a impedire che l’esercizio del potere aziendale provochi su di loro i danni derivanti da una revoca del mandato. L’esercizio della forza con spietata disinvoltura contro la parte debole del rapporto di agenzia, l’agente, non è soltanto un comportamento senza scrupoli, ma addirittura gratuito se questo avviene alla vigilia di Natale come a suo tempo accadde in casa Cattolica. Ci siamo scandalizzati in quel frangente che ci è sembrato oltre il limite della tollerabilità prima di tutto morale e abbiamo reagito con la forza della collettività che fa quadrato intorno ai propri solidali.
Ma non sapevamo che nei giorni scorsi, in piena emergenza Coronavirus, la compagnia Darag avrebbe avuto l’implacabile freddezza di andare oltre, revocando una collega siciliana, proprio mentre migliaia di italiani piangono i loro cari, vittime del virus assassino e dopo che Snachannel ha già recato ai familiari il cordoglio del Sindacato per la scomparsa di tre colleghi che hanno perso la vita per garantire alla clientela il necessario rapporto di vicinanza.
Il Presidente nazionale Sna Claudio Demozzi ha dichiarato in tal senso di considerare “davvero indecoroso per l’intero settore, un provvedimento di questo genere. Non ho parole - ha aggiunto Demozzi - una revoca senza alcuna motivazione attuata in un periodo di emergenza nazionale, di pandemia! Sono azioni come questa che sgretolano la fiducia nei confronti delle Compagnie che operano nel nostro Paese”.
Per mio conto, l’unico consiglio che mi sento di rivolgere prima di tutto a me stesso e soltanto dopo ai colleghi, è di continuare a combattere per quello in cui crediamo. Perderemo alcune battaglie, non c’è dubbio, come ne ho perse io stesso tante, ma solo una dovremo vincerne sempre, quella che affrontiamo ogni mattina quando ci poniamo davanti allo specchio e ci sentiamo rasserenati nel vedere riflessa l’immagine di persone che ispirano la propria vita alla solidarietà.
Ecco, è questo che voglio dire, non so come faccia un manager, che svolge la propria attività in modalità smart working stando sdraiato sul divano nel chiuso rassicurante di casa sua, a revocare senza esitazione una collega alle prese ogni giorno con la sopravvivenza, in piena diffusione del contagio Covid-19 e nel contempo a trovare il coraggio di combattere la sua battaglia quotidiana contro se stesso davanti allo specchio.
Roberto Bianchi

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