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CASSAZIONE

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Corte di Cassazione, nella detraibilità fiscale degli importi dei rimborsi carburante prevale il dato formale su quello sostanziale

MILANO - La Corte di Cassazione è stata chiamata a sentenziare in materia di detraibilità fiscale degli importi dei rimborsi carburante. Con ordinanza n. 9855/2018 i Giudici stabiliscono che "in caso di certificazione degli acquisti di carburante per autotrazione a mezzo schede carburanti, i requisiti di forma prevalgono su quelli di sostanza".
Gli Ermellini erano stati chiamati ad una interpretazione della normativa a seguito di un lungo contenzioso fra un contribuente e l'Amministrazione finanziaria. In particolare, il Fisco contestava l'ammontare dell'importo ai fini del computo Iva in quanto nelle schede non era stato riportato il chilometraggio esatto delle trasferte, pur in presenza di una sostanziale congruità circa la distanza fra la città di partenza e quella di destinazione.
La Cassazione ha stabilito che occorre sempre privilegiare il dato formale (chilometri percorsi, ndr) sul dato sostanziale. "L’indicazione dei chilometri - scrivono i Giudici - è obbligatoria non solo per le schede carburante dei mezzi aziendali, ma anche nel caso in cui il rifornimento carburante avvenga mediante contratto di netting; in assenza di tale indicazione - precisano i Giudici - non è possibile detrarre il costo e l’Iva relativa all’acquisto di carburante".
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione, la banca non può investire tutto il patrimonio di un cliente in un unico titolo. Pena la restituzione di capitale e perdite

MILANO - Non è consentito ad un istituto di credito di investire tutto il patrimonio di un cliente in un unico titolo o in un paniere ristretto di azioni/obbligazioni. E' quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 6911/2018, secondo cui la banca va ritenuta responsabile degli investimenti (e non solo delle loro perdite, ndr) se non diversifica adeguatamente il cosiddetto "asset allocation". Si tratta, scrive la Corte nelle motivazioni, di una palese "violazione degli obblighi di informazione e trasparenza".
La proposta di investire l'intero capitale su un unico titolo non è lecita. E questo, ha proseguito l'ordinanza, "perché investire un intero patrimonio in un numero limitato di titoli viola la regola prudenziale di diversificare l'investimento". La Cassazione ha inoltre stabilito che lo scioglimento del contratto comporta sia un effetto liberatorio per le obbligazioni che debbono essere ancora eseguite sia un effetto restitutorio per quelle già eseguite. Vale la pena ricordare che, secondo i Giudici, gli interessi e la restituzione pecuniaria va calcolata dalla data di presentazione della domanda giudiziale di risoluzione.
Luigi Giorgetti

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Sentenza della Corte di Cassazione: ecco la differenza, anche ai fini fiscali, fra polizze vita e contratti di investimento

MILANO - La Corte di Cassazione ha emesso una clamorosa sentenza (n. 10333/2018) che chiarisce una volta per tutte i termini ed i confini fra una polizza vita e un investimento. E questo anche ai fini fiscali. Il principio su cui la sentenza fonda le proprie motivazioni sta nella identificazione dei margini di rischio: nelle polizze vita il capitale viene garantito in toto, in tutte le altre forme contrattuali questo elemento non esiste. E' un discrimine fondamentale. Gli Ermellini hanno così spiegato che "nelle polizze vita l’assunzione del rischio di premorienza del titolare spetta alla compagnia assicurativa, che riceve in contropartita il pagamento del premio", mentre se manca la garanzia di restituzione del capitale "allora l'accordo si deve considerare un semplice contratto d’investimento". E per quest'ultima fattispecie il rischio viene assunto interamente dal cliente.
Inoltre, la Cassazione ricorda che nei contratti sottoscritti attraverso società fiduciarie l’investitore è l'assicurato (e non la compagnia di assicurazioni come nel caso delle polizze vita tradizionali). Infine, la Corte in sentenza spiega compiutamente la differenza tra polizza assicurativa e contratto di investimento in relazione agli effetti in termini fiscali e successori: allo stato attuale, affermano i giudici, la tassazione delle plusvalenze nelle polizze vita (non esiste ad esempio l'imposta di successione) è diversa da quella dei contratti di investimento.
Luigi Giorgetti

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Licenziamento per giusta causa, la Cassazione legittima il provvedimento a carico del dipendente che denigra l'azienda su Facebook

MILANO - Denigrare l'azienda per la quale si lavora è prassi oramai consolidata fra i dipendenti. I rischi sono limitati. Diversa cosa se lo si fa pubblicamente, magari utilizzando i social network. E' costata cara ad una donna impiegata in una ditta di impianti di sicurezza, l'aver polemizzato, fino a manifestare esplicito disprezzo nei confronti del titolare. La sezione lavoro della Corte di Cassazione con una recentissima sentenza, nel rigettare il ricorso della dipendente, ha dichiarato legittimo il licenziamento intimato dall'azienda datrice di lavoro.
La condotta contestata alla donna era relativa a un post pubblicato sulla propria bacheca Facebook in cui aveva lasciato scritto: "mi sono rotta i c…. di questo posto di m…. e per la proprietà". Non si trattava di offese generiche. Per gli Ermellini il testo è apparso subito fin troppo chiaro ed esplicito. Nessun dubbio neppure sull'identità del titolare della ditta il quale, quantunque non menzionato, era evidentemente il solo ad essere stato denigrato.
Per i giudici, dunque, "la diffusione di un messaggio offensivo attraverso l'uso di una bacheca Facebook integra un'ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone atteso che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione. Per cui correttamente è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo".
Luigi Giorgetti

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Attenzione a parcheggiare male l'auto. Nei casi più gravi si rischiano fino a 4 anni di reclusione. Le recenti sentenze della Cassazione

MILANO - Parcheggiare male può significare commettere il reato penale di violenza privata. Posizionare le ruote anteriori sul marciapiede, sostare in senso contrario a quello di marcia, occupare più di un posto auto nonostante la presenza delle strisce che delimitano l’area di posteggio, sono tutti casi molto frequenti e per i quali si hanno apposite sanzioni previste dal Codice della Strada. Tuttavia, la Corte di Cassazione, in una recente sentenza, ha chiarito che impedire con tali comportamenti il passaggio e costringere l'automobilista a non entrare o a non uscire dal proprio spazio costituisce sempre violenza privata (Art. 610 Codice Penale: "Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni..."). Dunque, chiudere il passaggio con l'auto (es.: ostruire il passaggio per entrare o uscire dal garage) è reato. 
Con un’altra sentenza, sempre di questi giorni, la Cassazione ha inoltre precisato che parcheggiare “stretto” allo sportello del conducente di un’altra macchina, tanto da non consentirgli di aprirlo, costituisce altresì reato (e questo anche quando il proprietario ben potrebbe entrare dal vano passeggero). 
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione, il dipendente in malattia può andare in spiaggia e prendere la tintarella. Ingiustificato il licenziamento

MILANO - La Corte di Cassazione è stata chiamata ad interpretare i passaggi normativi in materia di dipendenti in malattia. Secondo i Giudici (sentenza 1173/2018) non può essere contestata nessuna violazione dei propri doveri al dipendente (in malattia) che venga scoperto in spiaggia a prendere il sole, purché tale occupazione non comprometta o ritardi il rientro in servizio e sempre che avvenga al di fuori degli orari di reperibilità.
La vicenda riguardava il licenziamento di un dipendente il quale, dopo aver consegnato un certificato medico nel quale si attestava lo stato di malattia (distorsione al ginocchio), era stato sorpreso dal datore di lavoro in spiaggia. La Cassazione ha ricordato nelle motivazioni che persino una moderata attività fisica svolta dal lavoratore in malattia debba essere considerata lecita. Censurabile invece il licenziamento.
Luigi Giorgetti

 

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Cassazione, inviare una mail ingiuriosa a più persone configura il reato di diffamazione aggravata (pena fino a 3 anni di reclusione)

MILANO - "Il contenuto ritenuto offensivo è stato propagato attraverso posta elettronica indirizzata ad una pluralità di destinatari deve correttamente essere qualificata ai sensi dell’art. 595, comma 3 del Codice Penale per essere aggravata dall’uso di uno strumento di pubblicità, nella fattispecie, di notevolissima capacità diffusiva". Su questa base la Corte di Cassazione ha ritenuto di confermare la sentenza di condanna per diffamazione aggravata nei confronti di un uomo reo di aver inviato un messaggio ingiurioso a una pluralità di persone.
I giudici della Cassazione hanno stabilito che l'invio di un'email contenente riferimenti offensivi nei confronti di un altro soggetto o la rappresentazione di fatti non veritieri tesa a mettere in cattiva luce l'altra persona configura il reato di diffamazione aggravata quando il messaggio di posta elettronica viene inviato anche ad altri utenti. La pena prevista dal Codice Penale è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.
Dunque, attenzione.
Luigi Giorgetti

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Prodotti finanziari rischiosi venduti in banca, la Cassazione condanna l'istituto di credito. Ma servono quasi venti anni per ottenere giustizia

MILANO - La Corte di Cassazione è tornata a sanzionare pesantemente l'operato di dirigenti e funzionari bancari responsabili di collocare sul mercato prodotti finanziari estremamente rischiosi. La vicenda risale addirittura al 2000 allorquando un cliente di un istituto di credito di Messina si era fatto convincere a stipulare con l'allora Banca 121 il famigerato contratto di investimento denominato "My Way". Un'operazione che di lì a poco tempo si era rivelata disastrosa. I risparmi si erano volatilizzati.
L'iniziativa giudiziaria - come troppo spesso accade in Italia - ha condotto il malcapitato per quasi due decenni a frequentare le aule di Tribunale. Fino alla pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (ordinanza n. 374/2018 depositata il 10 gennaio 2018). I Giudici danno ragione al consumatore di Messina, ribaltando la precedente e sconcertante decisione della Corte di Appello di Messina. La Cassazione afferma che “il prodotto finanziario in oggetto (nonché relativamente al simile prodotto finanziario denominato “For You” del Monte dei Paschi di Siena) debba essere ritenuto nullo in quanto immeritevole di tutela ex art. 1322 comma 2 Codice Civile". Ne deriva che presto il cliente avrà la possibilità di ottenere la restituzione di tutte le somme versate, oltre agli interessi ed alla rivalutazione.
Luigi Giorgetti

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Falsificare il curriculum vitae può costare caro. Corte di Cassazione, condanna a 3 anni e sei mesi nei confronti di un dirigente "senza titoli"

MILANO - Quella del curriculum vitae modificato ad arte per impressionare il datore di lavoro è un fenomeno diffusissimo in Italia, figlio della quasi totale impossibilità di accertare la veridicità di quanto dichiarato. E' quanto avrà pensato un cinquantenne della provincia di Treviso che si era fatto assumere in qualità di dirigente da una nota azienda della zona, millantando titoli e master inesistenti. A seguito di un riscontro, era intervenuto il licenziamento e la denuncia dell'accaduto alle Forze dell'Ordine. L'uomo in primo grado era stato condannato a cinque anni di reclusione, pena ridotta in Appello. Da qui il ricorso in Cassazione.
Per la Suprema Corte sono stati posti in essere "artifici e raggiri atti ad ottenere un ruolo dirigenziale nell’ambito della società, con conseguente attribuzione di una cospicua somma di denaro per risolvere dopo pochi mesi, in via transattiva, il rapporto lavorativo". Una risoluzione "determinata - prosegue la Corte - dall'inidoneità a svolgere l’incarico, rivelatosi in seguito attribuito sulla base di false informazioni sui titoli e i precedenti professionali". Per tali motivi è stata confermata in via definitiva la condanna a 3 anni e sei mesi di reclusione.
Luigi Giorgetti

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Cassazione, rilevabile d'ufficio la nullità delle clausole contrattuali bancarie ove prevedano la corresponsione di interessi anatocistici

MILANO - La Corte di Cassazione è tornata nuovamente a offrire una corretta interpretazione normativa in ordine alla spinosa pratica dell'anatocismo bancario. Gli Ermellini erano stati chiamati dopo che Tribunale e Corte di Appello avevano respinto l'opposizione proposta da un cliente contro il decreto ingiuntivo con il quale l'istituto di credito aveva intimato il pagamento del saldo debitore del conto corrente. Le Corti di merito avevano escluso di poter rilevare d'ufficio la nullità di singole clausole contrattuali ed in modo particolare quelle riferite all'applicazione degli interessi sugli interessi. Il cliente ricorreva pertanto in Cassazione.
Il Supremo Collegio, accogliendo la posizione dell'utente bancario, emetteva ordinanza 23278/2017 secondo la quale “va ancora una volta affermato che la nullità delle clausole contrattuali che prevedono la corresponsione di interessi anatocistici o di interessi usurari è rilevabile dal giudice d'ufficio". 
Luigi Giorgetti

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