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CASSAZIONE

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Prodotti finanziari rischiosi venduti in banca, la Cassazione condanna l'istituto di credito. Ma servono quasi venti anni per ottenere giustizia

MILANO - La Corte di Cassazione è tornata a sanzionare pesantemente l'operato di dirigenti e funzionari bancari responsabili di collocare sul mercato prodotti finanziari estremamente rischiosi. La vicenda risale addirittura al 2000 allorquando un cliente di un istituto di credito di Messina si era fatto convincere a stipulare con l'allora Banca 121 il famigerato contratto di investimento denominato "My Way". Un'operazione che di lì a poco tempo si era rivelata disastrosa. I risparmi si erano volatilizzati.
L'iniziativa giudiziaria - come troppo spesso accade in Italia - ha condotto il malcapitato per quasi due decenni a frequentare le aule di Tribunale. Fino alla pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (ordinanza n. 374/2018 depositata il 10 gennaio 2018). I Giudici danno ragione al consumatore di Messina, ribaltando la precedente e sconcertante decisione della Corte di Appello di Messina. La Cassazione afferma che “il prodotto finanziario in oggetto (nonché relativamente al simile prodotto finanziario denominato “For You” del Monte dei Paschi di Siena) debba essere ritenuto nullo in quanto immeritevole di tutela ex art. 1322 comma 2 Codice Civile". Ne deriva che presto il cliente avrà la possibilità di ottenere la restituzione di tutte le somme versate, oltre agli interessi ed alla rivalutazione.
Luigi Giorgetti

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Falsificare il curriculum vitae può costare caro. Corte di Cassazione, condanna a 3 anni e sei mesi nei confronti di un dirigente "senza titoli"

MILANO - Quella del curriculum vitae modificato ad arte per impressionare il datore di lavoro è un fenomeno diffusissimo in Italia, figlio della quasi totale impossibilità di accertare la veridicità di quanto dichiarato. E' quanto avrà pensato un cinquantenne della provincia di Treviso che si era fatto assumere in qualità di dirigente da una nota azienda della zona, millantando titoli e master inesistenti. A seguito di un riscontro, era intervenuto il licenziamento e la denuncia dell'accaduto alle Forze dell'Ordine. L'uomo in primo grado era stato condannato a cinque anni di reclusione, pena ridotta in Appello. Da qui il ricorso in Cassazione.
Per la Suprema Corte sono stati posti in essere "artifici e raggiri atti ad ottenere un ruolo dirigenziale nell’ambito della società, con conseguente attribuzione di una cospicua somma di denaro per risolvere dopo pochi mesi, in via transattiva, il rapporto lavorativo". Una risoluzione "determinata - prosegue la Corte - dall'inidoneità a svolgere l’incarico, rivelatosi in seguito attribuito sulla base di false informazioni sui titoli e i precedenti professionali". Per tali motivi è stata confermata in via definitiva la condanna a 3 anni e sei mesi di reclusione.
Luigi Giorgetti

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Cassazione, rilevabile d'ufficio la nullità delle clausole contrattuali bancarie ove prevedano la corresponsione di interessi anatocistici

MILANO - La Corte di Cassazione è tornata nuovamente a offrire una corretta interpretazione normativa in ordine alla spinosa pratica dell'anatocismo bancario. Gli Ermellini erano stati chiamati dopo che Tribunale e Corte di Appello avevano respinto l'opposizione proposta da un cliente contro il decreto ingiuntivo con il quale l'istituto di credito aveva intimato il pagamento del saldo debitore del conto corrente. Le Corti di merito avevano escluso di poter rilevare d'ufficio la nullità di singole clausole contrattuali ed in modo particolare quelle riferite all'applicazione degli interessi sugli interessi. Il cliente ricorreva pertanto in Cassazione.
Il Supremo Collegio, accogliendo la posizione dell'utente bancario, emetteva ordinanza 23278/2017 secondo la quale “va ancora una volta affermato che la nullità delle clausole contrattuali che prevedono la corresponsione di interessi anatocistici o di interessi usurari è rilevabile dal giudice d'ufficio". 
Luigi Giorgetti

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Cassazione (sezione penale), sempre responsabile il conducente del veicolo in fase di parcheggio, fino al termine della manovra

MILANO - La Corte di Cassazione, sezione penale, con sentenza 48266/2017 ha affermato il principio secondo il quale il conducente deve sempre accertarsi con ogni mezzo che non sopraggiungono altri veicoli e tale ispezione deve proseguire per tutte le fasi della manovra. La vicenda ha riguardato il caso di un conducente il quale, nello svoltare a sinistra per parcheggiare, si era scontrato con una moto che si muoveva nella medesima direzione, mentre la stessa stava effettuando operazioni di sorpasso per evitare la colonna di macchine in coda. La Corte d’Appello, in secondo grado, aveva sostenuto che la colpa del conducente doveva essere esclusa in quanto, avendo incominciato la svolta a sinistra, non poteva avvedersi (attraverso gli specchietti retrovisori) del tardivo sorpasso del motociclo, non essendo più nell’angolo di visuale, data la direzione di marcia dei mezzi.
La Cassazione ha deciso di annullare la sentenza assolutoria: "la verifica del conducente di non recare pericolo o intralcio durante il cambio di direzione - si legge - deve perdurare dall’inizio alla fine della manovra. Ciò in quanto la manovra di cambio di direzione, con particolare riguardo a quella di svolta a sinistra, determina una indiscutibile situazione di pericolo che esige da parte del conducente la massima prudenza e l’adozione di tutte le cautele, al fine di evitare conseguenze pregiudizievoli per la sicurezza della circolazione".
Luigi Giorgetti

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Cassazione, gli insegnanti sono responsabili dell'incolumità degli allievi. Obbligo di vigilanza anche fuori dall'edificio scolastico

MILANO - Con l'avvio del nuovo anno scolastico tornano d'attualità i temi della responsabilità degli insegnanti (e del Comune) in ordine all'integrità fisica degli allievi. Con le relative conseguenze in materia di coperture assicurative.
Con la sentenza 21593/2017 la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale l'istituto scolastico è responsabile anche se l’infortunio allo studente dovesse avvenire fuori dall’edificio. In particolare i docenti hanno l’obbligo sia di assicurarsi che i bambini siano ad esempio saliti sul bus, sia di attendere i genitori qualora in ritardo.
I Giudici della terza Sezione Civile sono stati chiamati a pronunciarsi sulla morte di un bimbo investito da un autobus di linea fuori dall'edificio scolastico. Il Tribunale di Firenze aveva dichiarato l’autista del bus, il Comune e la scuola corresponsabili dell’incidente (un 40% autista e 20% ciascuno tra Comune e scuola), condannandoli a risarcire - per il danno subito - il padre, la madre e il fratello della vittima. La Corte d’Appello, in secondo grado, aveva confermato la sentenza ridefinendo le somme riconosciute in prima istanza ai genitori del piccolo. I giudici di secondo grado avevano invece rigettato la richiesta di appello presentata dal Ministero della pubblica istruzione proprio sulla base delle evidenze di responsabilità da parte della preside dell’istituto e dell’insegnante dell’ultima ora emerse nel corso del processo penale. Da qui il ricorso alla Suprema corte da parte del Miur.
La Cassazione rigettando il motivo del ricorso ha ribadito: sussiste un preciso obbligo di vigilanza da parte del personale scolastico di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie; tale obbligo può essere demandato al personale medesimo nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino. Il controllo e la vigilanza, da parte dell’amministrazione scolastica, dunque, - aggiunge la Corte - non si sarebbe dovuta interrompere fino a quando gli alunni dell’istituto non fossero stati presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto".
Luigi Giorgetti

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Sentenza della Corte di Cassazione, è nullo il mutuo fondiario quando il finanziamento supera l'80% del valore dell'immobile

MILANO - Importante decisione della Corte di Cassazione in materia bancaria. Con la sentenza numero 17352/2017 i Giudici hanno ribaltato un orientamento che sembrava consolidato. La Corte ha stabilito che il mutuo fondiario, concesso per un ammontare superiore all'80% del valore dei beni ipotecati, debba intendersi non solo irregolare (con sanzioni unicamente amministrative), ma radicalmente nullo. Inoltre, la nullità non può essere limitata alla somma eccedente l'80% (come avevano tentato di argomentare i legali in sede di giudizio, ndr), ma investe l'intero mutuo. La tesi della nullità parziale, infatti, verrebbe ostacolata - secondo la Cassazione - sia dalle "difficoltà pratico-giuridiche di conciliare il frazionamento dell'unico contratto stipulato tra le parti con ill possibile consolidamento dell'ipoteca per la sola porzione fondiaria", sia dalla previsione di cui all'articolo 38 TUB, che pone il rispetto del limite dell'80% tra i caratteri costitutivi dell'operazione di credito fondiario (con la conseguenza che il finanziamento che non rispetta i limiti legali fissati dal testo unico non soddisfa il requisito della fondiarietà).
Come noto, il limite massimo finanziabile risponde al fine di tutelare un più ampio interesse nazionale. Se si limitassero le conseguenze dei mutui oltre soglia alla sola sanzione amministrativa - afferma la Corte - la conseguenza sarebbe quella di una "inaccettabile protezione dell'illegalità". A fronte della nullità del contratto, per la Cassazione l'unico modo per recuperare l'accordo è quello di convertirlo in un contratto diverso ai sensi dell'articolo 1424 del codice civile (ad esempio, in un semplice mutuo ipotecario). Vediamo le differenze.
IL MUTUO FONDIARIO
Il mutuo fondiario presenta un alto grado di specificità. Si può richiedere solo per l’acquisto, la ristrutturazione o la costruzione della prima casa, ossia l'abitazione principale del mutuatario. A garanzia del credito da erogare e per tutelare la banca da eventuale rischio di insolvenza è prevista la stipula di un'ipoteca di primo grado sull'immobile acquistato. Il mutuo fondiario presenta tassi più vantaggiosi, spese notarili inferiori e offre la opportunità di detrarre gli interessi passivi. Il credito erogato tramite mutuo fondiario non può superare l’80% del valore dell’immobile da finanziare.
IL MUTUO IPOTECARIO
Il mutuo ipotecario rimane ancora quello più concesso, proprio perché per chi ha bisogno di somme più alte del canonico 80% del valore dell'immobile. Può essere concesso per motivi diversi dall’acquisto di un immobile come una maggiore liquidità e, solitamente, questa tipologia di mutuo casa ha una durata superiore ai 5 anni. Le banche, verificate le condizioni lavorative ed economiche del mutuario, si tutelano attraverso una serie di garanzie varie (personali o reali); l’istituto bancario può arrivare a espropriare l’immobile stesso decidendo di venderlo all’asta per recuperare la somma di denaro finanziata. Per tale ragione il mutuo ipotecario va stipulato in presenza di un notaio che renderà effettiva la possibilità di rivalsa sul bene. L'ipoteca sull'immobile necessita di essere registrata nel Registro degli Immobili, che è collocato nel Comune in cui si trova l'immobile ed ha effetto per 20 anni dalla sua definizione; al di là questo periodo, l’efficacia dell’iscrizione cessa se non viene rinnovata.
Luigi Giorgetti

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Tassa automobilistica, la Cassazione riduce a tre anni i termini di prescrizione. Illegittime le cartelle esattoriali notificate dopo i 36 mesi

MILANO - La sentenza 20425/2017 della Corte di Cassazione interessa centinaia di migliaia di automobilisti che, per tutta una serie di motivazioni, hanno omesso il pagamento del bollo. I Giudici hanno stabilito in queste ore che i termini di prescrizione scattano dopo 3 anni e non più dopo 10 come da orientamento consolidato della giurisprudenza. E' dunque possibile il ricordo nel caso di notifica della cartella da parte dell'Ente esattoriale.
Il termine di 10 anni - afferma la Cassazione -  è applicabile solamente agli atti di tipo giudiziale e non a quelli di natura amministrativa. Per questo motivo, tutte le cartelle esattoriali relative alla tassa automobilistica notificate dopo i 36 mesi sono illegittime.
Ma come vengono calcolati i termini della prescrizione? Bisogna partire dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il pagamento della tassa automobilistica faceva riferimento. Ad esempio, per un bollo auto relativo all’anno 2015 la prescrizione scatta il 31 dicembre del 2018 e le cartelle recapitate dal 1° gennaio 2019 in avanti sono illegittime e, come tali, impugnabili dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale.
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione, le polizze Vita sono un investimento. Corretto l'accertamento sintetico dei redditi da parte dell'Agenzia delle Entrate

ROMA - Importante interpretazione normativa della Corte di Cassazione in materia di titolarità delle polizze Vita. Con sentenza 17793 del 19 luglio scorso, i Giudici hanno stabilito il principio secondo il quale si può essere oggetto di accertamento sintetico dei redditi da parte dell'Agenzia delle Entrate qualora si sia intestatari di una polizza Vita (sia pur in ben determinate circostanze). Come noto, con la dicitura "accertamento sintetico dei redditi" si intende il metodo che prende in considerazione elementi e fatti economici diversi dalle fonti di reddito. In sostanza, il Fisco, in mancanza di fattiva collaborazione da parte del contribuente alle richieste di chiarimenti a lui inviate in fase istruttoria, elabora una propria idea di presunto reddito (tenore di vita, investimenti finanziari, voci di spesa, ecc.).
Nel caso preso in esame dalla Cassazione, l'Agenzia delle Entrate - dopo aver trasmesso un questionario ad un contribuente - non aveva ottenuto da quest'ultimo alcun elemento giustificativo utile a rideterminare il reddito (voci esenti, ritenute alla fonte a titolo d'imposta, ecc.) Un atteggiamento reticente che aveva innescato appunto l'accertamento secondo il metodo sintetico.
Le Commissioni tributarie provinciale e regionale avevano confermato la correttezza dell'operato dell'Agenzia delle Entrate. La Cassazione ha ribadito quanto deciso nei primi due gradi di giudizio, sottolineando che in tema di accertamento del reddito delle persone fisiche la determinazione effettuata con metodo sintetico in base agli indici del cosiddetto "redditometro", dispensa l'Agenzia da qualunque ulteriore prova rispetto all'esistenza degli indici di capacità contributiva. In questi casi è onere del contribuente - scrive la Corte - dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.
La Corte ha, quindi, confermato la correttezza della valutazione delle Commissioni tributarie che consideravano - fra l'altro - la polizza Vita un investimento.
Luigi Giorgetti

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Quali sanzioni amministrative sono deducibili ai fini fiscali? Corte di Cassazione, Agenzia delle Entrate e Dottrina affilano le armi

MILANO - Alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno riaperto la questione circa la deducibilità delle sanzioni amministrative.
Ferma sulle proprie posizioni è restata in questi anni l'Agenzia delle Entrate, secondo la quale tutte le sanzioni sono indetraibili.
Di parere opposto, invece, una parte della Dottrina, secondo la quale in mancanza di una legge che espressamente vieti la deducibilità delle sanzioni, quest'ultima deve essere intesa possibile ai fini della quantificazione del reddito imponibile d'impresa. Si argomenta, infatti, che :
1) nessuna norma fiscale prevede espressamente l’indeducibilità delle sanzioni dal reddito;
2) in mancanza di una disciplina specifica, il trattamento fiscale delle sanzioni deve essere valutato alla luce dei principi generali, primo fra tutti quello di inerenza, da cui deriva che le sanzioni dovute dal professionista o dal titolare di impresa per illeciti amministrativi commessi nell’esercizio dell’impresa stessa rappresentano oneri deducibili se riferibili, anche indirettamente, ai ricavi d’esercizio;
3) la pretesa irrilevanza fiscale delle sanzioni comporterebbe un aggravio delle stesse, dal momento che l’impresa verrebbe colpita due volte: nel primo caso, direttamente, mediante il pagamento della sanzione prevista per l’illecito compiuto; nel secondo caso, in modo indiretto, in forza dell'indeducibilità della sanzione stessa.
Come al solito è la Giurisprudenza a indicare la rotta di questo tortuoso cammino.
La Cassazione si è espressa scegliendo la via del buon senso, oltreché della corretta interpretazione delle norme (ove esistenti, ndr). Sicché, nel caso delle contravvenzioni al Codice della Strada, trattandosi di sanzioni a carattere afflittivo, queste - si afferma - vanno sempre intese non detraibili.
Viceversa, le contravvenzioni per lo sforamento del tempo di sosta nei parcheggi a pagamento, trattandosi di violazioni di obblighi di natura privatistica, vanno considerate deducibili.
Altri casi: quando la sosta è permessa per un tempo limitato (come nelle strisce bianche, ma con obbligo di esposizione del disco orario) oppure quando, in un parcheggio a pagamento, non viene fatto il biglietto, le multe non sono detraibili.
Quando, invece, la sosta è in un parcheggio con strisce blu, la sanzione per l'extra-time (sempreché si abbia pagato il biglietto inizialmente, ndr) è considerata detraibile. Non invece la multa per non aver pagato la tariffa oppure per non aver esposto la ricevuta sul cruscotto: in tali circostanze le sanzioni non possono essere intese come deducibili fiscalmente.
Luigi Giorgetti

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Cassazione, in caso di infortunio di un apprendista sono responsabili in solido il datore di lavoro ma anche il diretto preposto

MILANO - Importante sentenza della Corte di Cassazione la quale - in piena estate - è stata chiamata a chiarire il ruolo e le responsabilità di un apprendista e dei suo diretto preposto. In particolare i Giudici erano stati interpellati per un caso di infortunio di un giovane lavoratore.
Con la Sentenza 1943 del 3 agosto 2017 la Suprema Corte ha stabilito che, "in caso di infortunio sul lavoro, se il danno è determinato da più soggetti e tutti con la propria condotta hanno contribuito a vario titolo alla sua produzione, si configura una responsabilità solidale ai sensi dell’art. 1294 Codice Civile fra tutti questi soggetti a qualunque titolo sono chiamati a rispondere". E ciò anche quando la figura del preposto (non necessariamente il solo datore di lavoro, ndr) non sia prevista espressamente dalla Legge. Infatti, precisa la Corte "la responsabilità del cosiddetto preposto di fatto non compete solo a soggetti forniti di titoli professionali o di formali investiture, ma anche a chiunque si trovi in una posizione di supremazia, tale da porlo nella condizione di dirigere l’attività lavorativa di altri soggetti ai suoi ordini".
Luigi Giorgetti

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