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CASSAZIONE

CASSAZIONE

La Legge di Bilancio stabilisce le nuove regole di calcolo del danno differenziale. Dubbi sulla legittimità costituzionale della norma

MILANO - L’art. 1 comma 1126 della l. 145/2018 nel riscrivere gli arti. 10 e 11 del DPR 1125/1965 non tiene conto né dell’orientamento espresso dal 2015 dalla Cassazione, né degli insegnamenti della Corte Costituzionale(che sin dal 1991 interviene sul punto). Premesso che:
- il lavoratore che abbia subito un infortunio sul lavoro può rivolgersi sia all'INAL che al responsabile del danno;
- l'assicuratore sociale, INAIL, indennizza in base a tabelle di legge solo il danno biologico permanente, per invalidità inferiori al 16%, e il danno biologico permanente e patrimoniale, per invalidità superiori al 16%;
- il responsabile del danno risponde nei confronti del lavoratore per un numero di componenti di danno ben più ampio (es. danno biologico temporaneo oltre che solo permanente come l'INAIL, perdita di capacità lavorativa specifica e non solo generica come l'INAIL, ecc.);
- le voci di danno indennizzate dall'INAIL e quelle risarcibili dal responsabile non sono tra loro (sempre) omogenee, corrispondenti e sovrapponibili;
il  danno differenziale, quindi, è dato dalla differenza tra 'importo indennizzato dall'INAIL, per l'infortunio sul lavoro, e quanto è possibile richiedere al datore di lavoro a titolo di risarcimento integrale del danno subito.
Ciò detto e premesso per decenni giurisprudenza e dottrina si sono interrogati sul criterio da utilizzare per determinare il danno differenziale:
1) sottraendo dall'importo risarcibile dal terzo responsabile (importo, questo, normalmente più elevato) l'integrale indennizzo liquidato dall'INAIL (tesi minoritaria);
ovvero,
2) sottraendo dall'importo risarcibile dal terzo danneggiato le sole "poste omogenee" liquidate dall'INAIL, ossia (volgarmente detto) le sole voci di danno con lo stesso nome (tesi maggioritaria e unanimemente espressa dalla Corte di Cassazione dal 2015).
Ciò precisato, la norma in questione opta per la tesi minoritaria (più sfavorevole al lavoratore) e  stabilisce che il danno differenziale vada determinato sottraendo dall'intero importo dovuto dal responsabile del danno in base al c.c. quanto corrisposto dall'INAIL a titolo di indennizzo. Ciò significa che l'assicuratore sociale potrà rivalersi sul responsabile del danno per recuperare l’intero indennizzo corrisposto, anziché (ripeto), come afferma la Corte di legittimità dal 2015, "per poste omogenee" ovvero sottraendo dal risarcimento l’indennizzo liquidato dall’assicuratore sociale per poste di danno dello stesso tipo.
L’intervento legislativo, di dubbia legittimità costituzionale, rappresenta una declinazione del principio espresso dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, che esclude il cumulo di indennizzo/risarcimento (cd compensatio lucri cum danno), che non pochi dubbi aveva sollevato nella dottrina. Alla luce dei recentissimi orientamenti della S.C. è da escludere, comunque, che la norma abbia efficacia retroattiva.
Pasquale Santoro

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Corte di Cassazione, minori garanzie per il terzo trasportato. Lettura restrittiva dell’art. 141 Codice delle assicurazioni private

MILANO - La terza sezione della Corte di Cassazione cambia le regole del gioco: l’assicuratore Rcauto dell’autovettura su cui viaggia il terzo trasportato è tenuto a risarcire il danno per intero, solo se il conducente del vettore è almeno corresponsabile del danno. In buona sostanza la Suprema Corte dà una lettura restrittiva della norma contenuta nell’articolo 141 Codice delle assicurazioni private. Così facendo si discosta dell’orientamento maggioritario - della dottrina e della giurisprudenza - che, invece, riconosce al terzo danneggiato un’azione diretta nei confronti del conducente del veicolo sul quale è trasportato, a prescindere dalla responsabilità di quest’ultimo.
Gli ermellini, con la decisione in esame, ritengono una siffatta lettura viziata dalla volontà di agevolare la vittima e nel tentativo di bilanciare gli interessi in gioco escludono la oggettivazione della responsabilità del vettore.
Pasquale Santoro

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Per i giudici europei tutti i veicoli immatricolati e idonei alla circolazione sono soggetti all'obbligo assicurativo

MILANO - L’obbligo di assicurare i veicoli di proprietà regolarmente immatricolati e idonei a circolare vale anche se il proprietario non ha più intenzione di porli in circolazione e li parcheggi in un'area privata. La Corte di Giustizia europea (sentenza del 4 settembre 2018 C- 80/17) in seduta plenaria (la Corte si riunisce in grande sezione quando lo richiede uno Stato membro o un'istituzione parte della causa, nonché per trattare cause particolarmente complesse o importanti) ha affermato due rilevanti principi:
1) è obbligatoria la copertura assicurativa del veicolo immatricolato e idoneo a circolare che stazioni su un'area privata, per sola scelta del suo proprietario, che non ha più intenzione di guidarlo;
2) nel caso in cui tale veicolo sia posto in circolazione e causi un incidente il Fondo vittime della strada può agire in regresso anche nei confronti del proprietario del veicolo.
Il caso: la proprietaria di un autoveicolo immatricolato in Portogallo, avendo cessato di guidarlo per problemi di salute, lo aveva parcheggiato nel cortile di casa senza tuttavia avviare le pratiche di ritiro ufficiale dello stesso dalla circolazione e senza stipulare alcuna polizza di responsabilità civile. Il figlio, però, lo poneva in circolazione, senza l’autorizzazione della madre e a sua insaputa, e uscito di strada, provocava il decesso del conducente nonché di altre due persone che si trovavano a bordo del veicolo come passeggeri. Gli aventi causa dei passeggeri del veicolo ottenevano il ristoro per i danni derivanti dall’incidente dal Fondo vittime della strada, che poi conveniva in giudizio la proprietaria per rivalersi nei suoi confronti delle somme sborsate.
La sentenza: sebbene la decisione della Corte sia vincolante per il solo giudice portoghese che l'ha richiesta, il quale potrà disapplicare la norma interna (simile a quella italiana in materia) che contrasta con l'interpretazione data dalla Corte europea al diritto dell'Unione (nel caso di specie contenuto nelle Dir. 72/166/CEE, 84/5/CEE e 2005/14/CE), nel risolvere il caso concreto, avrà delle ripercussioni anche sul sistema italiano (è da supporre, ad esempio, che la decisione possa spingere le compagnie a riscrivere la disciplina della "sospensione" della copertura Rcauto).
Avv. Pasquale Santoro

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Clausola claims made, dietrofront della Cassazione. Torna in scena la valutazione della condotta precontrattuale dell'assicuratore

MILANO - Non si erano ancora spenti gli echi della precedente decisione resa dagli Ermellimi sull'argomento (al centro da anni di un nutrito dibattito, sia in dottrina che in giurisprudenza), - cioè di Cassazione, ss.uu. 06.05.2016 n. 9140 (che subordinava la liceità della clausola in questione ad un giudizio di meritevolezza da parte del giudice di merito) - che i giudici di legittimità, sempre a sezioni unite, tornano a pronunciarsi sulla clausola 'a richiesta fatta' - stimolati dalla III sez. che con l'ordinanza n. 1465 del 19 gennaio 2018, nel riproporre la questione della liceità di tale regime temporale (che si contrappone a quello codicistico del 'loss occurrence' che lega l'indennizzo alla circostanza che il fatto causativo del danno si è verificato in corso di contratto) aveva chiesto una pronuncia di immeritevolezza tout court della clausola in questione - per fare un clamoroso dietrofront: la Corte afferma, infatti la validità della clausola e ritiene superfluo il giudizio di meritevolezza.
A quanto sembra una riabilitazione piena della clausola claims made (che prevede che l'indennizzo è dovuto se la denuncia del sinistro viene presentata all’assicuratore in corso di contratto) - ma attenzione - a patto che l'assicuratore - alias l'intermediario - abbia rispettato gli obblighi informativi e garantito una tutela effettiva e adeguata al contraente, giacché il principio espresso dai Giudici di Piazza Cavour è il seguente: "Il modello dell'assicurazione della responsabilità civile con clausole "on claims made basis", che è volto ad indennizzare il rischio dell'impoverimento del patrimonio dell'assicurato pur sempre a seguito di un sinistro, inteso come accadimento materiale, è partecipe del tipo dell'assicurazione contro i danni, quale deroga consentita al primo comma dell'art. 1917 c.c., non incidendo sulla funzione assicurativa il meccanismo di operatività della polizza legato alla richiesta risarcitoria del terzo danneggiato comunicata all'assicuratore. Ne consegue che, rispetto al singolo contratto di assicurazione, non si impone un test di meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, ai sensi dell'art. 1322, secondo comma, c.c., ma la tutela invocabile dal contraente assicurato può investire, in termini di effettività, diversi piani, dalla fase che precede la conclusione del contratto sino a quella dell'attuazione del rapporto, con attivazione dei rimedi pertinenti ai profili implicati, ossia (esemplificando): responsabilità risarcitoria precontrattuale anche nel caso di contratto concluso a condizioni svantaggiose; nullità, anche parziale, del contratto per difetto di causa in concreto, con conformazione secondo le congruenti indicazioni di legge o, comunque, secondo il principio dell'adeguatezza del contratto assicurativo allo scopo pratico perseguito dai contraenti; conformazione del rapporto in caso di clausola abusiva (come quella di recesso in caso di denuncia di sinistro)".
Della serie, non è tutto oro quel che luccica: spostare l'attenzione del giudice di merito dal giudicato di meritevolezza alla valutazione della condotta precontrattuale dell'assicuratore (alias l'intermediario) amplia i profili di responsabilità di quest'ultimo rendendo incerte le ricadute sul sistema del nuovo orientamento della Cassazione, che ritiene, così, di acquietare le draconiane spinte interne, rifacendosi al concetto di adeguatezza, dai confini, però, ad oggi ancora incerti e indefiniti.
Avv. Pasquale Santoro

 

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Tribunale di Firenze: indennizzo diretto, il mancato invio della richiesta di risarcimento da parte del responsabile determina la improponibilità della domanda

MILANO - In caso di sinistro stradale tra due veicoli a motore, nella procedura per indennizzo diretto (art. 149 CAP), per prassi, ciascuno dei proprietari dei veicoli coinvolti nell'incidente invia la richiesta di risarcimento alla propria compagnia e non anche a quella di controparte - al contrario di quanto accade nella procedura ordinaria (v. art. 145 CAP) - al fine di ottenere da questa il risarcimento diretto, per conto dell'impresa di assicurazione del veicolo responsabile (ferma la successiva regolazione dei rapporti fra le Imprese medesime).
Tale prassi, sino ad oggi largamente condivisa dalla giurisprudenza di merito, viene smentita dal Tribunale del capoluogo toscano con una decisione destinata ad aprire un dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Invero, con una recente sentenza il Tribunale di Firenze afferma che il mancato invio della richiesta di risarcimento all'assicuratore di controparte (presunto responsabile del sinistro) determina la improponibilità della domanda, esattamente come accade nel caso di azione ordinaria promossa nei confronti della compagnia del responsabile. Se così non fosse, afferma il giudice fiorentino, l'assicuratore del veicolo responsabile del sinistro non sarebbe messo nella concreta possibilità di valutare l’opportunità di addivenire ad una definizione stragiudiziale della controversia (scopo primario degli artt. 145 e 149 CAP, che tende ad evitare “il facile ricorso alla tutela giurisdizionale in una materia che, per decenni, ha visto proliferare il contenzioso, rappresentando un’autentica criticità per il nostro sistema giudiziario”) o di affrontare, in alternativa, l'alea del giudizio.
Avv. Pasquale Santoro

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Corte di Cassazione: nel caso di investimento volontario la polizza Rcauto si estende anche al danno provocato dal criminale

MILANO - La Corte di Cassazione è stata chiamata in queste ore a fornire una interpretazione normativa in materia di copertura Rcauto. Il caso riguardava l'investimento volontario (un tentato omicidio con una vettura, ndr) e il risarcimento alla vittima da parte della compagnia di assicurazioni.
Un uomo era stato dolosamente investito dal conducente di un'auto. In sede penale si era già arrivati ad una sentenza irrevocabile di condanna. I Giudici, in via preliminare. hanno ricordato come il riconoscimento della colpevolezza in via definitiva abbia efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno. Nella fattispecie la Cassazione ha poi chiarito che "in tema di assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore, la garanzia assicurativa copre anche il danno dolosamente provocato dal conducente nei confronti del terzo danneggiato, il quale, pertanto, ha diritto di ottenere dall'assicuratore del responsabile il risarcimento del danno".
Luigi Giorgetti

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Tribunale di Napoli: furto auto, nessun indennizzo se si lasciano le chiavi in prossimità del veicolo (anche se in un luogo chiuso)

MILANO - Se siete al mare o in montagna e avete lasciato la seconda vostra vettura in garage, magari con le chiavi nel cruscotto o appese nel box-auto, non dovreste dormire sonni tranquilli. Il Tribunale di Napoli ha, infatti, sentenziato che l'assicurazione non ha l'obbligo del risarcimento per il furto della vettura (ancorché coperta da apposita polizza, ndr) qualora le chiavi si trovino in prossimità del veicolo (sentenza 2459/2018). La sezione IX civile del Tribunale campano era stata chiamata a pronunciarsi in ordine al pagamento (o meno) dell'indennizzo assicurativo da polizza di responsabilità civile.
La proprietaria di un'auto coperta da assicurazione furto/incendio aveva convenuto in giudizio la compagnia di assicurazione per ottenere il risarcimento a seguito del furto della vettura da parte di ignoti. I ladri avevano forzato il box in cui si trovava il veicolo (ma anche le chiavi, ndr).
I giudici partenopei rilevano che "dalla prospettazione dei fatti resa dall'attrice è emersa una violazione da parte dell'assicurato della condizione prevista dal contratto di polizza che esclude la copertura assicurativa per il furto nel caso in cui il contraente non consegni alla compagnia assicuratrice il set completo di chiavi di accensione, ovvero se il furto è agevolato dalla presenza delle chiavi dell'auto all'interno o in prossimità del veicolo. Tale fattispecie rientra nell'ipotesi di colpa grave dell'assicurato ai sensi dell'art. 1900 Codice Civile, a tenore del quale l'assicuratore risulta esonerato dall'indennizzo ogniqualvolta vi sia la responsabilità del contraente nella determinazione dell'evento".
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione, ai fini risarcitori anche alcune determinate aree private possono essere equiparate a strade di uso pubblico

MILANO - La Corte di Cassazione ha emesso in queste ore una clamorosa sentenza che ribalta di fatto l'orientamento giurisprudenziale fin qui consolidato. I Giudici hanno stabilito che un'area, quantunque privata ma aperta ad un numero indeterminato di persone che vi hanno accesso giuridicamente lecito, può equipararsi alla strada di uso pubblico. Con tutte le conseguenze in caso di risarcimento. La Cassazione era stata chiamata ad affrontare la questione relativa all'esperibilità dell'azione diretta nei confronti dell'assicuratore per un sinistro avvenuto all'interno di un'area di cantiere. Un dipendente di una ditta che stava effettuando dei lavori all'interno di un cantiere, mentre era intento al compimento di operazioni materiali di apertura del cassone, veniva travolto ed ucciso dalla sabbia trasportata sul veicolo a causa dell'errata manovra del conducente.
Sul punto la Corte precisa che "la natura privata del cantiere, luogo dell'incidente, non è di per sé incompatibile con la qualificazione dello stesso come area di uso pubblico, ai fini ed agli effetti dell'esperibilità dell'azione diretta, già contemplata dalla Legge 990 del 1969". Un principio a questo punto estendibile ad aree come quelle dei parcheggi dei supermercati, degli stadi o dei ristoranti.
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione, la responsabilità dell’avvocato in caso di lite temeraria ricade sull'assistito. I rischi ed i consigli legali

MILANO - L’ordinanza n. 15209 depositata il 12 giugno 2018 censura la condotta dell'avvocato che propone un ricorso per Cassazione basato su motivi manifestamente infondati, con l'implicito, intento, potrebbe dirsi, di abusare del processo ovvero al solo fine di prendere tempo. In tal caso la corte stabilisce che:
1) si possa condannare la parte soccombente, per la condotta processuale del proprio avvocato;
2) la condanna prescinde dall'accertamento preliminare della sussistenza del dolo o della colpa: è sufficiente che la parte - o meglio il proprio avvocato - abbia posto in essere "una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di abuso del processo", come aver agito "nell'evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione".
Un esempio può chiarire l'assunto. Se Tizio:
a) ricevuta da Caio la fornitura di una partita di merce non la paga;
b) costringe Caio a promuovere azione giudiziaria nei suoi confronti per il recupero del prezzo della vendita;
c) resiste in giudizio - al solo fine di prendere tempo - sollevando eccezioni processuali (di incompetenza) infondate, di merito (compensazione con un suo precedente credito verso Caio) inesistenti, si potrà configurare una responsabilità sanzionabile dell'avvocato (che ricadrà in sentenza su Tizio, in quanto parte soccombente).
Il principio espresso dalla Suprema Corte, può essere riassunto nella massima che l'avvocato è sempre, e in ogni caso, chiamato a contemperare le esigenze del proprio assistito con quelle del sistema giudiziario, giacché "nella giustizia civile, il primo filtro valutativo - rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere - è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti".
La sentenza segue l'orientamento recentemente espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (n. 16601/2017) che ha ritenuto compatibile con l'ordinamento giuridico italiano il risarcimento c.d. 'punitivo' (tipico del sistema anglosassone che, per ampliare la funzione deterrente e sanzionatoria della responsabilità civile, prevede la risarcibilità del danno in misura maggiore rispetto all'effettiva perdita patrimoniale subita). Da un punto di vista pratico, la condanna per abuso del processo ricadrà in sentenza sulla parte, la quale potrà poi rivalersi nei confronti dell'avvocato. C'è da ritenere che qualora il legale non si sia cautelato, magari attraverso l'acquisizione di un consenso informato (ovvero provi di aver spinto la parte a desistere dall'intentare una lite temeraria), potrà essere chiamato a rispondere del danno dal proprio assistito. In tal caso, è logico dedurre, l'avvocato chiamerà in garanzia la propria assicurazione contro la RC Professionale (se non esclude espressamente i danni punitivi).
Un'argomentazione in più per convincere i più riottosi alla stipula della polizza, che - sebbene rappresenti un obbligo di legge - non prevede sanzioni, se non disciplinari, in caso di mancata sottoscrizione.
Avv. Pasquale Santoro

 

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Cassazione, morte da sinistro stradale: risarcimento esteso anche ai componenti di fatto di una famiglia (e non solo ai parenti)

ROMA - Gli affetti valgono come (se non più) del mero legame parentale. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con l'ordinanza 18568/18. L'interpretazione normativa nasce a seguito di una triste vicenda che aveva visto coinvolto come vittima di un incidente stradale un componente di fatto di una famiglia. Non dunque un consanguineo ma un "estraneo", pur convivente da tempo. La Corte ha stabilito che "quando, in conseguenza di un sinistro stradale, muore un componente di fatto della famiglia, i superstiti hanno diritto al risarcimento dei danni patrimoniali e non: ciò che conta è che fra loro vi sia stata una relazione affettiva connotata da una stabile convivenza". E ciò in forza dell’art. 1 del Decreto legislativo 212/15, che recepisce la Direttiva europea 2012/29. La terza sezione civile della Cassazione ha stabilito quindi che, in caso di decesso della persona offesa dal reato, possono essere risarciti anche altri soggetti diversi dai cosiddetti "prossimi congiunti". 
Luigi Giorgetti

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