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CASSAZIONE
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Ivass, pubblicato l'importante Regolamento 45/2000: "I requisiti di governo e controllo dei prodotti assicurativi"

MILANO - Il 4 agosto scorso l’Ivass ha pubblicato il Regolamento n. 45 con il quale detta “i requisiti di governo e controllo dei prodotti assicurativi”. A distanza di circa due anni dal Regolamento 40/2018, che aveva modificato le regole di distribuzione dei prodotti assicurativi, seguendo le indicazioni dettate dal legislatore eurounitario, l’Autorità interviene nuovamente in materia - in questo caso con un regolamento specifico - con l’intento di completare l’aggiornamento delle regole sulla distribuzione dei prodotti assicurativi e di innalzare il livello di tutela a favore della clientela.
L’intervento a tutto tondo che interessa tutti i prodotti assicurativi (Vita e Danni) compresi gli Ibips (tanto vero che il regolamento è il frutto di un lavoro coordinato con la Consob, che ha dettato, a sua volta, il Regolamento intermediari) - in estrema sintesi prevede che:
1) la compagnia in qualità di produttore:
- già dalla fase di ideazione (nel corso della quale deve effettuare ‘test di prodotto’ con riguardo alla coerenza di ‘costi’ e ‘oneri’ richiesti alla potenziale clientela), definisca per ciascun prodotto il mercato ‘positivo’ e ‘negativo’ di riferimento ovvero la clientela alla quale ‘è’ o ‘non è’ destinato il prodotto e i bisogni che intende ‘assicurare’;
- prima di avviare la distribuzione, fornisca all’intermediario distributore tutte le informazioni rilevanti sul prodotto assicurativo;
- durante la commercializzazione, controlli che il prodotto sia collocato sul giusto mercato di destinazione.
2) l’intermediario, in qualità di distributore:
- prima della distribuzione del prodotto, valuti l’esigenza del cliente;
- distribuisca il prodotto assicurativo compatibile con l’esigenza del cliente (accertata in fase precontrattuale);
- non distribuisca il prodotto a clienti che rientrino nel mercato di riferimento ’negativo’ (se, invece, il cliente non rientra né nel mercato di riferimento positivo, né in quello negativo, l’’intermediario può distribuire il prodotto se ritenuto adeguato, sulla base della consulenza fornita prima della conclusione del contratto, o per i prodotti di investimento non complessi, se corrispondano alle richieste e alle esigenze assicurative di quei clienti e siano adeguati o appropriati);
- adotti le procedure idonee a individuare il momento in cui il prodotto non risponda più agli interessi, agli obiettivi e alle caratteristiche del mercato di riferimento individuato dal produttore;
- adotti adeguate misure e procedure per assicurare che i prodotti assicurativi che intendono distribuire siano coerenti con le esigenze, le caratteristiche e gli obiettivi del mercato di riferimento e che la strategia di distribuzione prevista sia coerente con tale mercato, oltre che con la strategia distributiva individuata dall’impresa di assicurazione (in altre parole un POG distributore);
- dimostri di aver trasferito le informazioni sul prodotto e sul mercato di riferimento ai propri collaboratori (compilando ad esempio delle schede di prodotto).
3) le imprese di assicurazione e i distributori identifichino, tramite accordo, la direzione, il contenuto, la periodicità, le modalità di scambio delle informazioni relative allo svolgimento delle rispettive attività e necessarie per adempiere ai rispettivi obblighi.
L’Autorità dà tempo, sino al 31 marzo 2021, a imprese e intermediari per adeguarsi alla nuova normativa.
Avv. Pasquale Santoro

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Polizze "all risks", spetta all’assicuratore dimostrare che il rischio è escluso. Importante ordinanza della Corte di Cassazione

MILANO - L’ ordinanza della Corte di Cassazione 7749/20 stabilisce che laddove il contratto contenga speciali clausole di delimitazione del rischio indennizzabile, spetta all’assicuratore dimostrare che il rischio concretizzatosi rientra tra queste esclusioni.
La vicenda in questione vede come protagonista un’azienda vitivinicola che aveva contratto una polizza di assicurazione a garanzia di tutti i “danni materiali e diretti, anche conseguenziali, causati alle cose assicurate anche di proprietà di terzi, da qualsiasi evento, qualunque ne sia la causa”. In particolare, l’azienda ricorreva dinanzi all’Autorità giudiziaria dopo aver ricevuto il rifiuto del sinistro da parte della compagnia di assicurazioni, che aveva eccepito (ma non provato, ndr) il dolo e quindi negato il risarcimento del danno subito dall’assicurato per il deterioramento del vino a seguito di un accumulo di acetaldeide, una molecola chimica tossica e cancerogena che si accumula durante processi di fermentazione alcolica errati.
Partendo dal presupposto che l’assicuratore si era limitato a eccepire che il danno rientrava tra le esclusioni di polizza, tutti e tre i gradi di giudizio danno ragione all’assicurato e affermano che spettava alla compagnia dimostrare che il danno in questione rientrava tra le esclusioni. I Giudici della Suprema Corte colgono l’occasione per entrare nel merito del riparto dell’onere probatorio, ribadendo il principio secondo il quale è l’assicuratore a dover dimostrare "che si è trattato di un danno dovuto ad un fatto rientrate tra i rischi esclusi (nel caso di specie il dolo, ndr), proprio in quanto quest’ultimo è un fatto impeditivo della pretesa attorea".
Avv. Pasquale Santoro

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Jobs Act, la Consulta dichiara incostituzionale calcolo del Tfr previsto dopo un licenziamento. Demozzi: importante applicare bene il CCNL Sna/Confsal

MILANO - Potremmo definirla una storia infinita quella del "Jobs Act", provvedimento fortemente voluto dall'allora Esecutivo guidato da Matteo Renzi. La Corte Costituzionale è intervenuta in questi giorni a seguito dei rilievi sollevati dai Tribunali di Bari e di Roma circa i criteri di determinazione dell’indennità da corrispondere nel caso di licenziamento, allorquando quest'ultimo risulti viziato dal punto di vista formale e/o procedurale (art. 4 del D.lgs. n. 23/2015).
Secondo la Consulta vale il principio generale (peraltro già affermato nel 2018, ndr), secondo il quale il solo criterio dell'anzianità di servizio per determinare l'indennità risarcitoria nei licenziamenti illegittimi è incostituzionale.
Occorrerà adesso attendere il deposito della sentenza per leggere con attenzione i passaggi tecnici che hanno portato la Corte ad una simile e dirompente decisione. Nel frattempo l'ufficio stampa della Consulta ha informato che i giudici hanno dichiarato incostituzionale l’inciso "di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio», poiché fissa un criterio rigido e automatico, legato al solo elemento dell’anzianità di servizio".
"Oggi più che in passato - commenta il Presidente nazionale Sna Claudio Demozzi - per gli agenti di assicurazione è importante applicare il CCNL Sna/Confsal, che permette concreti vantaggi per la categoria e soprattutto offre l’assistenza del Sindacato per ogni necessità, compreso il caso di controversia con il lavoratore dipendente agenziale. Certamente - aggiunge Demozzi - per una corretta applicazione del CCNL del settore assicurativo agenziale, è importante rispettarne tutte le disposizioni, compreso il versamento del contributo obbligatorio all’ente bilaterale Ebisep (www.ebisep.it) ed al Fondo integrativo del sistema sanitario nazionale Assicurmed".
Per qualsiasi informazione - ricordano al Sindacato - basta rivolgersi alla segreteria Sna, anche attraverso il sito www.snaservice.it.
Luigi Giorgetti

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Sentenza della Corte di Cassazione, sussiste il reato di diffamazione quando la critica si trasforma in denigrazione

MILANO - Si configura il reato di diffamazione allorquando la critica si tramuta in denigrazione. Lo ha stabilito la sentenza n. 12490 del 2020 emessa dalla Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione.
Secondo gli Ermellini, è sempre garantito il diritto di critica, ma quest'ultima non deve mai tradursi in una gratuita ed immotivata aggressione della reputazione altrui. La sentenza ribadisce analoghe decisioni stabilendo che “ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur se aspri, forti e sferzanti, non siano meramente gratuiti, ma siano, invece, pertinenti al tema in discussione e proporzionati al fatto narrato e al concetto da esprimere”.
La critica insomma non può mai superare il limite della denigrazione. Criticare è cosa ben diversa dalla gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione. Il contesto in cui la condotta si colloca deve dunque essere valutato “ai limitati fini del giudizio di stretta riferibilità delle espressioni potenzialmente diffamatorie al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica, ma non può in alcun modo scriminare l’uso di espressioni che si risolvano nella denigrazione della persona di quest’ultimo in quanto tale”. Attenzione dunque quando si scrive, si parla o si comunica con gli strumenti digitali e si criticano delle persone. La critica è cosa ben diversa dal reato di diffamazione, per il quale sono previste pene piuttosto severe.
La Redazione

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Il ruolo della compagnia del vettore in caso di danno al trasportato, il punto sull'importante sentenza della Corte di Cassazione

MILANO - Il caso affrontato dalla Suprema Corte trae origine da un sinistro occorso tra due auto; nella prima viaggiavano quattro persone delle quali due, conducente e un trasportato, decedettero mentre i rimanenti due trasportati riportarono, in seguito all’incidente, delle lesioni. L’altro veicolo coinvolto invece, aveva a bordo il solo conducente, il quale risultò incolume dal sinistro. In ragione del fatto occorso, la compagnia del conducente rimasto incolume convenne in giudizio i danneggiati ex art. 140 Cod. Ass. mettendo a disposizione il massimale assicurativo, mentre i trasportati sopravvissuti così come gli eredi del deceduto citarono in giudizio la Compagnia del vettore, ai sensi dell’art. 141 Cod. Ass.
In primo grado la compagnia del conducente incolume venne condannata al risarcimento dei danneggiati in misura pari all’80% mentre, diversamente, la compagnia del vettore defunto venne condannata per il rimanente 20%.
In secondo grado la pronuncia venne modificata e, accertata l’integrale responsabilità nella causazione del sinistro in capo al conducente sopravvissuto, la Corte d’Appello condannò la compagnia del conducente incolume a risarcire tutti i danneggiati e, specularmente, la compagnia del vettore defunto venne condannata a risarcire i trasportati sopravvissuti e i congiunti del trasportato defunto.
Fronte alla complessa vicenda processuale sopra riassunta per sommi capi, la tematica che è stata devoluta alla Suprema Corte verte sull’interpretazione dell’art. 141 Cod.Ass., di concerto con il disposto di cui all’art. 140 Cod.Ass., al fine di comprendere se la compagnia del vettore sia tenuta a risarcire i trasportati anche qualora sia stato processualmente acclarato che il conducente-vettore non abbia avuto alcuna responsabilità nella causazione del sinistro.
Su questo piano si confrontano due paradigmi interpretativi dell’art. 141 cit.; secondo un primo orientamento la compagnia del vettore è sempre responsabile del risarcimento del trasportato salvo il caso fortuito inteso, quest’ultimo, come comprensivo di soli eventi naturali imprevedibili e non anche di condotte umane. Sulla base di questo orientamento si configura, in sostanza, una presunzione di responsabilità in capo alla compagnia del vettore, comunemente definita “no fault”;  i sostenitori di tale impostazione, fanno espressamente leva sul passaggio dell’art. 141 Cod. Ass. in cui si prevede che l’indennizzo parrebbe operare “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”.
Secondo un contrapposto orientamento, invece, la categoria giuridica del caso fortuito sarebbe comprensiva anche delle condotte umane, con il che il vettore dovrebbe sempre avere una quota di responsabilità nel contesto del sinistro, perché la sua compagnia risulti obbligata a risarcire il trasportato. Specularmente a quanto osservato in merito al primo orientamento, in questo distinto contesto i sostenitori dell’esposta teoria fanno specifico riferimento al passaggio dell’art. 141 cod.ass. in cui si legge “salvo l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito”.
Si comprende dunque che le opposte paradigmatiche si contrappongono anche sul piano letterale della norma più volte citata, facendo specularmente leva su diversi passaggi e legittimando quindi l’insorgere di una questione circa la presunta contraddizione del dettato legislativo di cui all’art. 141 Cod. Ass..
I Giudici della Suprema Corte si sono pertanto trovati nella condizione di dover sciogliere l’alternativa costituita dai predetti orientamenti, dovendo quindi affrontare un duplice tema. L’avallo di uno piuttosto che dell’altro orientamento di cui sopra si è fatta menzione, passava, infatti, non solo per l’accezione con cui si intendeva accogliere il concetto di caso fortuito, ma anche l’inciso, riportato dalla norma dell’art. 141 Cod. Ass., secondo cui parrebbe che al di fuori del caso fortuito l’obbligo risarcitorio della Compagnia del vettore sussista “a prescindere dall'accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”. Sul tema del caso fortuito la Corte di Cassazione ha aderito all’orientamento prevalente, secondo il quale il concetto in esame non esclude le condotte umane, comprendendo pertanto anche il comportamento del conducente di altro veicolo ed escludendo già di principio, per l’effetto, ogni tesi orientata all’oggettivizzazione della responsabilità della compagnia del vettore, ciò per creare un equo contemperamento degli interessi tra il trasportato e l’assicuratore del vettore.
Sottolinea la Corte di Cassazione che, laddove il “legislatore avesse inteso oggettivizzare la responsabilità dell’assicuratore del vettore, sarebbe stato logico - e più che mai per l’incipit sul caso fortuito - che l’inciso fosse stato: “a prescindere dall’accertamento della responsabilità del conducente””, invece è stata scelta una diversa formula.
L’inciso secondo cui, invece, l’obbligo risarcitorio della Compagnia del vettore sussiste “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti” è stato inteso dalla Suprema Corte come prettamente valevole sotto il profilo processuale; in altri termini, nel momento in cui il caso fortuito è da ritenersi escluso nel caso concreto, “non emergendo che il legislatore abbia derogato all’ordinario paradigma dell’onere probatorio del caso fortuito, l’attore/trasportato non ha alcun onere di prova al riguardo, perché sarebbe altrimenti gravato di una prova negativa - cioè di provare che non esiste il caso fortuito per dimostrare che esiste la responsabilità del convenuto”.
Ne deriva quindi la massima secondo cui “l’art. 141 Cod. Ass., in conseguenza del riferimento al caso fortuito - nella giuridica accezione inclusiva di condotte umane - come limite all’obbligo risarcitorio dell’assicuratore del vettore verso il trasportato danneggiato nel sinistro, richiede che il vettore sia almeno corresponsabile del sinistro quale presupposto della condanna risarcitoria del suo assicuratore; una volta accertato l’an della responsabilità del vettore, non occorre accertare quale sia la misura di responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, dovendo comunque l’assicuratore del vettore risarcire in toto il trasportato, salva eventuale rivalsa verso l’assicuratore di altro corresponsabile o di altri corresponsabili della causazione del sinistro”.
La massima in commento sintetizza quindi la ricostruzione interpretativa che la Suprema Corte ha reso in merito all’art. 141 Cod. Ass., precisando altresì che l’istituto della rivalsa sarà direttamente funzionale, in caso di responsabilità del vettore, a recuperare da parte dell’assicurazione di quest’ultimo, la quota di indennizzo versata e facente più diretto riferimento alla responsabilità del danneggiante corresponsabile.
Avv. Giovanni Nosengo

 

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Spese legali, la compagnia può negare il rimborso all'assicurato che decide di non avvalersi del patto di gestione della lite

MILANO - Con l'ordinanza n. 4202 del 19 febbraio 2020, la Corte di Cassazione ha sancito la validità della clausola di polizza che esclude la copertura dei costi di difesa sostenuti dall'assicurato, quando questi abbia incaricato un legale diverso rispetto a quello messo a disposizione dalla compagnia.
Ancora una presa di posizione degli Ermellini sui risvolti applicativi del c.d. "patto di gestione della lite", cioè di quella clausola spesso contenuta nei contratti assicurativi a copertura della responsabilità civile, in base alla quale l'assicuratore si impegna a tenere indenne l'assicurato dai costi riconducibili ad una richiesta di risarcimento esperita nei suoi confronti dal danneggiato, assumendo direttamente la sua difesa in giudizio. In particolare, con ordinanza resa lo scorso febbraio, la Suprema Corte ha affrontato il tema della liceità di quella ulteriore pattuizione – accessoria rispetto alla disciplina appena menzionata – che esclude il rimborso dei costi di difesa sostenuti dall’assicurato nel caso in cui questi abbia scelto di non avvalersi del patto di gestione della lite, incaricando un proprio difensore.
Se la legittimità del patto di gestione della lite è ormai da ritenersi pacifica, secondi alcuni la disposizione accessoria di cui si è appena detto si porrebbe invece in contrasto con il principio sancito dall'art. 1917, comma 3, c.c., in forza del quale “le spese sostenute per resistere all'azione del danneggiato contro l'assicurato sono a carico dell'assicuratore nei limiti del quarto della somma assicurata”. Rientrando tale norma tra quelle individuate dal successivo art. 1932 c.c. come inderogabili “se non in senso più favorevole all’assicurato”, l'orientamento appena richiamato sostiene che la clausola di esclusione del rimborso delle spese legali (la quale certamente non può dirsi a favore dell'assicurato) andrebbe considerata nulla e sostituita di diritto dal disposto del terzo comma dell'art. 1917 c.c.
Con l'ordinanza in esame la Suprema Corte si è mostrata di diverso avviso e ha ritenuto invece di poter estendere il giudizio di compatibilità con l’art. 1917 comma 3, c.c. anche alla clausola di polizza che nega la copertura dei costi sostenuti per remunerare il difensore non designato dalla compagnia, facendo leva sul suo necessario collegamento funzionale con il patto di gestione della lite.
In sostanza – hanno precisato i giudici di legittimità – il patto di gestione della lite e la clausola accessoria in questione vanno interpretati l’uno per mezzo dell’altra. A doversi ritenere legittima, infatti, "non è già, tout court, la clausola di esclusione del rimborso delle spese legali in sé e per sé considerata indipendentemente dalle restanti previsioni contrattuali, ma bensì il patto di gestione della lite e, per conseguenza, anche detta clausola in quanto ad esso correlata”.
Si badi, la scelta dell'assicurato di difendersi in autonomia è di per sé pienamente valida: essa, tuttavia, comporterà per lo stesso assicurato la conseguenza della perdita del diritto di vedersi rimborsate le spese legali dalla compagnia di assicurazione.
A questo proposito è interessante rilevare che, da un lato, la Suprema Corte ha ribadito che la conseguenza appena menzionata non si determina autonomamente e direttamente per effetto della mera presenza nel contratto del patto di gestione della lite, dovendo invece emergere dal caso concreto e dunque dal comportamento tenuto dalle parti contraenti. Allo stesso tempo, la Corte ha anche chiarito che "l'indagine al riguardo può e deve attingere dal comportamento di ciascuna delle parti contraenti e quindi anche del solo assicurato". In altre parole, l'assicuratore potrà legittimamente rifiutare il rimborso delle spese sia quando abbia offerto espressamente di assumere la difesa diretta della lite, sia quando non lo abbia fatto, ma questa opzione sia comunque prevista dalla clausola di polizza e l'assicurato abbia preferito non avvalersene, ricorrendo alla nomina di un difensore di fiducia.
Avv. Andrea Scafidi
Avv. Matteo Cerretti

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Covid-19, l’Inail gli infila la tuta da operaio e apre ad una spinosa discussione in tema di copertura infortuni

MILANO - Torniamo ancora sulla circolare Inail n. 13/2020 dello scorso 3 aprile con la quale l’Istituto stabilisce che l’infezione da coronavirus deve intendersi quale infortunio sul lavoro equiparando la causa virulenta a quella violenta. In forza di ciò, l'Istituto assiste qualsiasi soggetto assicurato che dovesse contrarre il Covid-19. Quella circolare aveva scatenato il panico nel mondo imprenditoriale per le ripercussioni che sarebbero ricadute sui datori di lavoro in tema di responsabilità civile e penale; una situazione che è andata rasserenandosi con un successivo intervento dello stesso Istituto che il 15 maggio precisava che “l'infortunio sul lavoro per Covid-19 non è collegato alla responsabilità penale e civile del datore di lavoro".
Oggi ci interessa esaminare tale provvedimento sotto l’aspetto prettamente assicurativo. Con la nota circolare, l’Inail ha stabilito unilateralmente che un evento chiaramente riconducibile ad una patologia viene inquadrato, considerato e affrontato come un infortunio, ancorché sul lavoro. Nel glossario assicurativo è considerato infortunio "ogni evento dovuto a causa fortuita, violenta ed esterna che produca lesioni corporali obiettivamente constatabili, le quali abbiano per conseguenza la morte, un’invalidità permanente o un'inabilità temporanea".
Molto più stringata e lineare la definizione di malattia e cioè “ogni alterazione dello stato di salute non dipendente da infortunio”. La problematica non è peregrina, ma può configurarsi in una situazione quanto meno interlocutoria se non contraddittoria. La comune influenza (ammesso e non concesso che d’ora in avanti potremo parlare ancora di influenza definendola "comune") è indiscutibilmente una patologia al verificarsi della quale un dipendente sta a casa in malattia o, come si dice correntemente, si mette in mutua. Ma questo dannato virus, responsabile di una pandemia come non si vedeva dai tempi della cosiddetta "spagnola" di un secolo fa e che dà origine ad una influenza davvero pericolosa, assurgendo a infortunio, come stabilito da un ente pubblico, stravolge la distinzione tra causa violenta, che origina l’infortunio medesimo, e causa virulenta tipica della patologia. Allora, se l’infezione da coronavirus è considerata un infortunio sul lavoro, come si dovrà rispondere dal punto di vista puramente assicurativo?
In caso di positività al Covid-19, se l'azienda per la quale il dipendente infettato lavori ha in corso una polizza infortuni cumulativa nella quale risulti assicurato, le prestazioni in essa previste sono operative? Certamente non è possibile dare una risposta secca al quesito, sarà necessario esaminare le condizioni contrattuali, verificare che tra le esclusioni non siano previste epidemie e pandemie, ma pur con le dovute eccezioni, se un istituto pubblico come l'Inail interviene in proposito e, in sostanza, trasforma la malattia in infortunio, ora come ora la polizza, non contenendo esclusioni particolari, deve rispondere in maniera adeguata. Questo significa riconoscere, laddove previste, le indennità da inabilità temporanea, da ricovero ospedaliero, le eventuali spese sostenute per le cure, i postumi invalidanti nonché, nel caso nefasto, le somme assicurate per il caso morte. E se l’Inail assiste tutti gli assicurati iscritti, le eventuali prestazioni assicurative private in essere devono riconoscersi anche agli stessi datori di lavoro, soggetti che pagano regolarmente le quote all'Istituto, che dovessero avere la sfortuna di contrarre il coronavirus. Finora la nostra attenzione si era concentrata sulle conseguenze che un caso di positività al coronavirus avrebbe generato sui datori di lavoro e quindi sulla necessità di ricorrere alla copertura RCO, ma alla luce di questa nuova circostanza, anche la valutazione di eventuali garanzie assicurative rappresenta un aspetto che necessita di un opportuno chiarimento. Nella speranza che le imprese non si coalizzino per disinnescare l’ordigno.
Franco Domenico Staglianò

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Infortunio sul lavoro e Covid-19, Sna ci ha visto lungo e bene. L’Inail conferma l'interpretazione iniziale del Sindacato nazionale agenti

MILANO - Il 13 maggio Snachannel ha pubblicato un articolo in cui venivano analizzate le conseguenze che avrebbero potuto portare, nel mondo assicurativo e non, la circolare dell’Inail n. 13 del 3 aprile 2020 (link all'alticolo). Nei giorni successivi ci sono stati “titoloni” di quotidiani che inneggiavano al disastro imprenditoriale e prospettavano un futuro di responsabilità civili e penali a prescindere dalle fattive responsabilità o meno del datore di lavoro.
Senonché, il 15 maggio, l’Inail ha rilasciato un comunicato stampa intitolato: “L’infortunio sul lavoro per Covid-19 non è collegato alla responsabilità penale e civile del datore di lavoro".
Il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale solo se viene accertata la propria responsabilità per dolo o per colpa. In riferimento al dibattito in corso sui profili di responsabilità civile e penale del datore di lavoro per le infezioni da Covid-19 dei lavoratori per motivi professionali - prosegue il comunicato stampa - è utile precisare che dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro.
Sono diversi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail per la tutela relativa agli infortuni sul lavoro e quelli per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del datore di lavoro che non abbia rispettato le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Queste responsabilità devono essere rigorosamente accertate, attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro, con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative Inail. Pertanto – si legge ancora nella nota dell’Inail - il riconoscimento dell’infortunio da parte dell’Istituto non assume alcun rilievo per sostenere l’accusa in sede penale, considerata la vigenza in tale ambito del principio di presunzione di innocenza nonché dell’onere della prova a carico del pubblico ministero. E neanche in sede civile il riconoscimento della tutela infortunistica rileva ai fini del riconoscimento della responsabilità civile del datore di lavoro, tenuto conto che è sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo per aver causato l’evento dannoso.
Al riguardo – conclude il documento dell’Istituto Nazionale - si deve ritenere che la molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare sui luoghi di lavoro, oggetto di continuo aggiornamento da parte delle autorità in relazione all’andamento epidemiologico, rendano peraltro estremamente difficile la configurabilità della responsabilità civile e penale dei datori di lavoro.
A riprova della positiva lettura, molte compagnie del mercato stanno inviando ai colleghi lettere di conferma di copertura RCO ai casi conseguenti al Covid-19. Adesso restiamo in attesa di scoprire quali categorie apparterranno alla presunzione di contagio e quali no. La raccomandazione espressa nel precedente articolo viene rinnovata una volta di più: la parola d’ordine è attenersi ai protocolli ministeriali, oltreché alle eventuali linee guida specifiche che verranno comunicate da Sna.
Tiziano Salerno

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La Rco ai tempi del Covid-19, il coronavirus contratto dai dipendenti sarà considerato infortunio. Il punto della situazione

MILANO - Nei giorni scorsi, nello specifico il 3 aprile u.s. l’Inail ha pubblicato la circolare n. 13/2020 che, oltre ad alcuni provvedimenti sui termini di decadenza riferiti alle prestazioni Inail, ha recepito i contenuti del D.L. 17 marzo 2020. Come indicato all’art. 42 comma 2, si stabilisce che: “secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose,inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro: in questi casi, infatti, la causa virulenta è equiparata a quella violenta. In tale ambito delle affezioni morbose, inquadrate come infortuni sul lavoro, sono ricondotti anche i casi di infezione da nuovo coronavirus occorsi a qualsiasi soggetto assicurato dall’Istituto. La disposizione in esame, confermando tale indirizzo, chiarisce che la tutela assicurativa Inail, spettante nei casi di contrazione di malattie infettive e parassitarie negli ambienti di lavoro e/o nell’esercizio delle attività lavorative, opera anche nei casi di infezione da nuovo coronavirus contratta in occasione di lavoro per tutti i lavoratori assicurati all’Inail”.
Stabilito che il Coronavirus sarà considerato infortunio, dobbiamo approfondire due passaggi dello stesso DL:
“Nell’attuale situazione pandemica, l’ambito della tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico. Per tali operatori vige, quindi, la presunzione semplice di origine professionale, considerata appunto l’elevatissima probabilità che gli operatori sanitari vengano a contatto con il nuovo coronavirus. A una condizione di elevato rischio di contagio possono essere ricondotte anche altre attività lavorative che comportano il costante contatto con il pubblico/l’utenza. In via esemplificativa, ma non esaustiva, si indicano: lavoratori che operano in front-office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi, etc. Anche per tali figure vige il principio della presunzione semplice valido per gli operatori sanitari”.
Letto questo passaggio ci troviamo davanti a due questioni:
 Le agenzie di assicurazione verranno ricomprese in questa categoria?
 Quali e quante attività dei nostri assicurati si troveranno a doversi confrontare con questa situazione?
 La copertura Rco sarà attivabile in caso di rivalsa Inail?
Per il primo e il secondo quesito posso dire che dobbiamo attendere che venga stabilito come individuare queste attività ad “elevato rischio” e capire quale metodo verrà utilizzato (forse codici Ateco?).
Per quanto riguarda la garanzia Rcp non ci sono problemi, si attiverà in caso di necessità, ma molti potrebbero chiedersi come verrà individuato il “nesso di causalità” violazione/rivalsa visto l’onere della prova diabolica. Questo argomento verrà trattato ed approfondito sul numero 132 dell’agente. Bisognerà vigilare che non si verifichino riforme di massa in pejus da parte di talune compagnie, il cui principale (se non unico) obbiettivo sarà di escludere i casi di epidemia/pandemiada Covid-19 e simili. Salvo poi ricomprenderla come copertura aggiuntiva (con relativo aumento del premio), una situazione che in ambito assicurativo abbiamo già vissuto almeno 2 volte:
 La prima volta nel corso degli anni ’80 con l’infezione da HIV, dove sicuramente il nesso causale, data la natura della malattia stessa, era individuabile più o meno facilmente,
 Il secondo caso, forse ancora peggiore, riferito al riconoscimento del danno biologico nel corso degli anni ’90, quando fu avviata da molto compagnie un’zione massiva sulle polizze RCT/O allo scopo di includere a pagamento, mediante emissione di appendice o riforma della polizza la copertura “Danno biologico” che, non essendo esclusa dalla normativa all risks, era già compresa, non soltanto per previsione di legge, ma anche per condizioni di polizza.
Il consiglio che mi sento di dare ai colleghi, in riferimento alle nostre attività è certamente quello di attenersi ai protocolli ministeriali e alla documentazione inoltrata da Sna onde evitare violazioni, più o meno gravi, che potrebbero dare adito a possibili rivalse da parte di Inail. 
Tiziano Salerno

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Emergenza Covid-19, sospensione Rcauto fino al 31 Luglio 2020. Emendamento al Decreto "Cura Italia". Tanto rumore per così poco?

MILANO - Nonostante l’emergenza in corso dovuta al Coronavirus, sembra che nella mente dei politici la Rcauto abbia sempre un ruolo fondamentale e questo perché, come ben sappiamo, troppo spesso viene utilizzata come cassa di risonanza per raccogliere consensi. Il 9 aprile, in Senato è stato approvato un emendamento che prevede la facoltà per i clienti di richiedere la sospensione della copertura Rcauto fino al 31 luglio 2020. Nel caso in cui l’emendamento venisse approvato anche alla Camera cosa cambierà realmente? Nei fatti, l’emendamento non inciderà molto sulla realtà vista la possibilità già esistente di sospendere la maggior parte delle tipologie di coperture Rcauto previste dal mercato; in pratica ci sarà la possibilità di sospendere tutte quelle coperture riferibili al settore 5 (motocicli e ciclomotori) che non abbiano acquistato la clausola di sospendibilità in fase di rinnovo o che abbiano eventualmente esaurito le sospensioni previste dal contratto (“la sospensione del contratto è aggiuntiva e non sostitutiva di analoghe facoltà contrattualmente previste”). Potranno usufruire del beneficio anche contratti particolari del settore 1, come ad esempio alcune quelli riferiti alle auto storiche che contrattualmente non prevedono la sospensione.
Sta di fatto che la diffusione di questa nuova possibilità andrà gestita con molta delicatezza poiché restano ferme le seguenti disposizioni:
il veicolo non può circolare né stazionare su strada pubblica o su strada equiparata ad essa qualora privo di copertura assicurativa;
esistono parcheggi privati che all’interno dei loro regolamenti prevedono espressamente l’obbligo di assicurazione Responsabilità civile e Ricorso terzi da incendio, rendendo quindi una violazione alla regola la sospensione della copertura.
Lascio un ultimo elemento di riflessione, anche se molto importante: vero è che ci troviamo in una situazione di emergenza più unica che rara, ma non dimentichiamo che aleggia l’interpretazione resa dalla Corte di Giustizia Europea nel testo della sentenza depositata il 4 settembre 2018 in riferimento alla causa C-80/17 e cioè: se si verificheranno dei danni chi sarà chiamato a pagare?
Ricordiamo che la fattispecie in oggetto si riferisce a un fatto avvenuto in Portogallo, quindi il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea afferisce esclusivamente a quell’episodio e non si estende “ipse facto” a tutti i sinistri analoghi avvenuti nella UE, dal momento che, una sentenza, nonostante costituisca un precedente autorevole (giurisprudenza) non fa legge.
Torna d’attualità il tema più volte sollevato dallo Sna in merito alla proposta di trasformare le coperture Rcauto da polizze di responsabilità civile che assicurano la circolazione dei veicoli, in polizze di responsabilità civile che assicurino la proprietà dei veicoli in ogni circostanza ricomprendendo quindi i luoghi privati, le aree portuali, i parcheggi privati ad uso pubblico, e così via.
Tiziano Salerno

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