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CASSAZIONE
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CASSAZIONE

La Corte di Cassazione rimodula le responsabilità civili dei pedoni sulle strade. Il clamoroso caso dell'investimento di un ciclista

MILANO - Clamorosa sentenza della Corte di Cassazione in materia di circolazione stradale. Viene sancito, infatti, il principio secondo il quale è sempre responsabile del sinistro il pedone che - percorrendo una pista ciclabile - provoca la caduta di colui che è in bici. La Suprema Corte ha infatti confermato la condanna di una signora fiorentina che, senza guardare, era scesa da un marciapiede e si era trovata nel bel mezzo di un tratto di strada riservata ai ciclisti, finendo per far cadere una incolpevole signora in sella ad una bicicletta.
Denunciato per «condotta colposa consistita nella violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale», il pedone - dopo alterne vicende - ebbe a chiedere giustizia alla Corte di Cassazione. La Quarta Sezione Penale della Suprema Corte, con la sentenza 35957/2014, ha confermato il verdetto di responsabilità emesso dalla Corte di Appello, dando il via libera al proseguimento della causa civile per la quantificazione definitiva dei danni da risarcire alla ciclista. Si apre, dunque, un capitolo in ordine alla risarcibilità del danno nel caso di un incidente automobilistico o motociclistico provocato dalla circolazione di pedoni su tratti stradali anziché sugli appositi marciapiedi.
Mario Cibo

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Cassazione: c'è sia danno biologico sia danno morale nel caso della caduta di un cliente all'interno di un esercizio commerciale

MILANO - Importante sentenza della Corte di Cassazione, appena depositata. La caduta di un cliente, all'interno di un esercizio a causa di una sconnessa pavimentazione di scalini, rappresenta elemento sufficiente a stabilire la responsabilità diretta del commerciante il quale sarà chiamato a corrispondere sia il danno biologico sia il danno morale. L'ordinanza della Suprema Corte è la numero 18101-14.
La Redazione

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Cassazione, porte aperte del carcere al titolare d'impresa che non versa l'Iva (anche se in stato di crisi o in dissesto economico)

MILANO - Non versare all'Erario l'Iva (soprattutto per importi rilevanti) può determinare risvolti davvero pesanti in capo al titolare d'impresa. La crisi di liquidità di una società, ad esempio, può essere considerata una giustificazione plausibile soltanto nel caso in cui l’imprenditore abbia provato in sede giudiziaria che, neppure utilizzando le proprie linee di credito, l’Imposta sarebbe potuta essere onorata. Lo ha sancito la Corte di Cassazione che, con la sentenza 19426 del 12 maggio 2014, ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione a carico di un imprenditore accusato di non aver versato 53 mila euro di Iva.
Dunque, per la Suprema Corte, l'Erario viene prima di tutto: prima dell'Impresa e prima del suo titolare. Quest'ultimo, per evitare sanzioni penali e vedersi spalancare le porte del carcere, deve versare comunque e sempre l'Iva, magari attingendo alle proprie risorse bancarie o, addirittura, alle proprie linee di credito. Peccato che lo Stato (e i giudici della Corte di Cassazione) dimentichino che nella maggior parte dei casi il mancato versamento Iva derivi dall'obbligo per l'imprenditore di pagare l'Imposta prima ancora di averla incassata dal proprio debitore. Caso unico al mondo.
Mario Cibo

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Clamoroso: per la Cassazione possono essere sequestrate anche le polizze Vita. E' la fine di un altro caposaldo assicurativo

ROMA - Clamorosa sentenza della Corte di Cassazione in materia di polizze Vita, fino ad oggi considerate da tutti un baluardo. In presenza di reato tributario possono essere sequestrate anche questa tipologia di polizza assicurativa in quanto - si legge nella disposizione - è del tutto irrilevante, ai fini penali, il divieto di sottoposizione a misura cautelare o esecutiva prevista dal Codice Civile (Sentenza n. 18736/2014).
I fatti. Ad un contribuente indagato per dichiarazione fraudolenta mediante artifizi venivano sequestrate tre polizze assicurative sulla Vita. Dopo il rigetto dell’istanza di dissequestro a opera del Gip, era proposto appello al competente Tribunale del riesame che confermava la misura cautelare. Il contribuente allora impugnava tale decisione innanzi alla Corte di Cassazione. In particolare veniva evidenziato che le polizze assicurative non potevano essere sequestrate in considerazione di quanto disposto dall’articolo 1932 del Codice Civile in base al quale le somme dovute dall’assicuratore al contraente e al beneficiario sono sottratte all’azione esecutiva o cautelare.
La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro ed aprendo una breccia nel segmento delle tutele dei risparmiatori. 
Mario Cibo

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Assicurazioni professionali, clamorosa sentenza della Corte di Cassazione. Esplicitato il significato della clausola "claim made"

ROMA - La Corte di Cassazione è intervenuta in materia di assicurazioni professionali, emettendo una clamorosa sentenza (3622/2014) che enuncia il principio secondo cui la polizza professionale può essere valida, in alcuni casi, anche per danni precedenti alla sua stipula. Necessario - secondo la Suprema Corte - che nel contratto assicurativo sia inserita la clausola “claim made”. Questa prevede il non allineamento dei normali termini temporali di copertura assicurativa. Quest'ultima, infatti, può essere estesa a comportamenti del professionista anteriori alla data di firma della polizza, purché la domanda di risarcimento venga resa, per la prima volta, entro tale data; viceversa, i professionisti possono risultare non coperti da assicurazione anche nel periodo di piena validità della polizza nel caso in cui la domanda di risarcimento venga presentata in un momento successivo alla fine del contratto. La sentenza rovescia alcune precedenti pronunce di Corte di Appello.
La Redazione

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Persino alle Poste italiane la sottoscrizione delle polizze non è una sicurezza. Ecco i fatti e la sentenza della Cassazione

ROMA - Sottoscrivere una polizza presso gli uffici postali non sempre è sinonimo di sicurezza. Esagerato? Vediamo. Da tempo le Poste Italiane stanno svolgendo un ruolo sempre più importante nel contesto dei canali vendita alternativi alla tradizionale rete agenziale. E la componente "affidabilità" è tradizionalmente l'elemento trainante nei confronti della clientela, specie quella più anziana (ad esempio, fra quanti sono titolari di libretti postali). Evidentemente, però, qualcuno ha pensato bene di approfittare della situazione, forse senza mettere in crisi l'intero sistema, ma sicuramente evidenziandone un punto debole. Ecco i fatti in sentenza: la responsabile di un Ufficio Postale si appropriava, facendosele intestare, di venti polizze Poste Vita, contratte da alcuni clienti per un valore pari a 303.000 euro (di cui aveva il possesso per ragioni del proprio ufficio) e si appropriava di 105 cedole e di altri titoli, per un importo complessivo di oltre 2 milioni di euro.
La Cassazione (sentenza 41599/13) si è espressa in ordine alla qualificazione del reato (ed alla relativa condanna): peculato o truffa aggravata?
La Suprema Corte ha affermato che l’elemento discretivo tra il delitto di peculato e quello di truffa aggravata vada individuato con riferimento alle modalità del possesso del denaro o d’altra cosa mobile altrui. In sostanza, nel peculato "il possesso del bene trova origine nella ragione di ufficio e preesiste all’illecita conversione in profitto dell’agente", mentre "nella truffa l’acquisto del possesso consegue all’azione del colpevole, consistente nell’induzione in errore mediante artifici o raggiri". Di conseguenza, spiega la Cassazione, quando gli artifici vengono posti in essere per occultarne l’illecito impossessamento, assicurandosi l’impunità, e non per conseguire il possesso stesso della cosa (in questo caso denaro), sussiste il delitto di peculato e non quello di truffa aggravata. Il consenso delle vittime è stato ottenuto con l’inganno.
Pertanto, la Corte di Cassazione ha ritenuta corretta la decisione dei giudici territoriali di inquadrare la condotta come truffa aggravata, considerato che l’imputata ha sfruttato le abilità e le sue competenze per ottenere, con l’inganno, il consenso delle vittime.
Mario Cibo

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Cartello fra le Compagnie, la Cassazione riapre il contenzioso sui rimborsi in ordine al 20% in più pagato per le polizze

ROMA - Come in molti ricorderanno migliaia di automobilisti subirono un salasso a seguito del "cartello" posto in essere dalle maggiori Compagnie di assicurazioni italiane. Così l’Antitrust ebbe a comminare alle Imprese una multa da 700 miliardi di vecchie lire. Ora si riapre la partita, addirittura in ordine al contenzioso circa il rimborso degli importi pari al 20% dell'ammontare delle polizze RcAuto pagato per gli anni 1996-2000. La Corte di Cassazione con sentenza n. 27527 Terza sezione civile (depositata il 10 dicembre 2013) offre il precedente giuridico con la concreta possibilità di cospicui rimborsi. Nello specifico, la Suprema Corte, accogliendo il ricorso di un automobilista campano, ha riconosciuto a quest'ultimo il rimborso di circa 1.051 euro più interessi (cifra pari appunto al 20% dei premi pagati per i tre anni richiesti, compreso il 1997). La Cassazione ha affermato che, se è vero che l’Antitrust ha sanzionato l’ipotesi di intesa illecita e non quella del cartello dei prezzi, “non è esatto sostenere che il Garante non si sia affatto pronunciato sul collegamento causale tra l’intesa illecita e l’abnorme incremento dei premi che ne è conseguito. Ha formulato al contrario ampi rilievi in proposito, tali da giustificare la presunzione, o quanto meno da prospettare significative ragioni di sospetto, circa la sussistenza di un tale collegamento”.
La stessa Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato ha evidenziato come “lo scambio di informazioni sia andato ben oltre le finalità, lecite e fisiologiche per le imprese del assicuratrici, di comunicarsi i dati rilevanti per la determinazione del premio puro e si è esteso a comprendere i dati sensibili che concorrono a determinare il premio commerciale”, creando così un “equilibrio di mercato collusivo, anche in assenza di accordi espliciti sui prezzi”. Si aprono adesso le porte a migliaia di ricorsi e rimborsi.
Luigi Giorgetti

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Corte di Cassazione: se la riparazione dell’auto è troppo costosa, il risarcimento sarà soltanto per equivalente

ROMA - Se a seguito di un sinistro stradale il valore della riparazione supera quello del veicolo, non spetta il risarcimento in forma specifica bensì quello per equivalente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza 24718/2013, rigettando il ricorso di un individuo la cui vettura era stata rottamata dopo il tamponamento da parte di un autocarro, e il cui ristoro era stato fissato in circa duemila euro (vale a dire il valore commerciale del veicolo).
Secondo la Suprema Corte “il giudice, allorché sia richiesto il risarcimento in forma specifica, può disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”. E ciò avviene quando “il sacrificio economico necessario per il risarcimento in forma specifica, in qualsiasi dei modi prospettabili (incluse, quindi, le riparazioni effettuate direttamente dal danneggiante o la corresponsione delle somme al danneggiato per effettuare dette riparazioni), superi in misura appunto eccessiva, date le circostanze del caso, il valore da corrispondere in base al risarcimento per equivalente”. “Ne consegue  - prosegue la sentenza - che in caso di notevole differenza tra il valore commerciale del veicolo incidentato ed il costo richiesto dalle riparazioni necessarie, il giudice potrà, in luogo di quest’ultimo, condannare il danneggiante (ed in caso di azione diretta ex art. 18 legge n.990/69, l’assicuratore), al risarcimento del danno per equivalente”.
Bocciato dunque anche il pagamento dell’Iva sulle riparazioni: “se è pur vero che il risarcimento del danno patrimoniale si estende agli oneri accessori e consequenziali, ma solo qualora la liquidazione sia stata operata in base alle spese di riattazione il risarcimento comprende anche l’Iva; essendo in questo caso stato riconosciuto il valore commerciale del veicolo e non l’importo, non sarebbe possibile aggiungervi l’Iva, occorrente per le riparazioni”.
La Redazione

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Decisione della Cassazione: si può licenziare il dipendente sorpreso a giocare al computer in orario di lavoro

ROMA - Il dipendente sorpreso a giocare al computer in ufficio invece di lavorare può essere licenziato. Lo ha deciso la Cassazione, con la sentenza n. 25069 Sez. Lavoro del 7 novembre scorso. La pronuncia ha accolto il ricorso di una società contro il giudizio della Corte d'Appello di Roma che aveva dichiarato invece la nullità del licenziamento intimato a un dipendente accusato di «avere utilizzato, durante l'orario di lavoro, il computer dell'ufficio per giochi, con un impiego calcolato nel periodo di oltre un anno di 260-300 ore», provocando un danno economico e di immagine all'azienda.
I fatti risalgono al 2007. in primo grado, il Tribunale di Roma aveva confermato il licenziamento, mentre la Corte d'Appello aveva invece deciso l'opposto, condannando addirittura il datore di lavoro a riassumere entro tre giorni il dipendente o a risarcirlo con sei mensilità.
La Sezione Lavoro della Suprema Corte ha concluso che «l'addebito mosso al lavoratore di utilizzare il computer in dotazione a fini di gioco non può essere ritenuto logicamente generico per la sola circostanza della mancata indicazione delle singole partite giocate abusivamente dal lavoratore». Dunque, il lavoratore può essere fatto oggetto di revoca contrattuale.
La Redazione

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Cassazione: se l'assicurazione paga si estingue il reato, sempre che il risarcimento sia avvenuto integralmente

ROMA - La IV Sezione Penale della Corte di Cassazione fa chiarezza in merito alla questione relativa agli effetti del pagamento da parte della compagnia assicurativa ai fini della declaratoria di estinzione del reato ai sensi dell'art. 35 d.lgs. n. 274/2000. La Suprema Corte ricorda che l'estinzione prevista dall'art. 35 per i reati di competenza del Giudice di Pace si verifica se l'imputato "dimostra di aver proceduto, prima dell'udienza di comparizione, alla riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e di aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato". Poco importa però che a risarcire il danno sia stato direttamente l'imputato giacché è sufficiente che il risarcimento sia stato fatto ad opera della compagnia di assicurazioni.
In sostanza secondo i giudici si può considerare equivalente alla volontà di riparare il danno anche il fatto di aver stipulato una polizza assicurativa per garantire il pagamento dei danni che derivano da un'attività pericolosa. Quindi il pagamento da parte dell'assicurazione è come se fosse stato eseguito dall'imputato. Detto questo la Corte ricorda che, per l'estinzione del reato, è necessario che il risarcimento sia stato integrale e pertanto se la Compagnia ha messo a disposizione un massimale non sufficiente a risarcire integralmente il danno è necessario che l'imputato provveda a versare la differenza. Nel caso preso in esame dalla Cassazione un automobilista che con la sua condotta colposa aveva provocato lesioni a un passeggero, aveva sollecitato la propria Compagnia di Assicurazioni al versamento di quanto dovuto, ma il danneggiato, costituitosi parte civile, lamentava un danno di importo maggiore ed esigeva che l'imputato provvedesse personalmente al versamento della differenza tra il massimale pagato dalla Compagnia di assicurazione e l'importo quantificato. 

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