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Un frame del film "Salvate il soldato Ryan" diretto da Steven Spielberg


♦ Finalmente lo si è detto chiaro e tutti i partecipanti al 58° Congresso Nazionale Sna, tenutosi a Lazise; hanno infine capito quale sia il problema. Dopo tanto girarci intorno, discutere su ipotesi più o meno fantasiose e dopo aver assistito a improbabili convegni finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica, i simpatizzanti sostenitori del rinnovo ’A.N.A. “a tutti i costi”, hanno da ultimo affermato che il motivo di tanta frenesia, nasce dalla necessità di salvare il soldato Ryan. Ed occorre che sia la categoria a farsene carico e, più specificatamente, urge che lo Sna smetta di difendere l’indifendibile.
Il soldato da salvare non è l’ultimo sopravvissuto di una numerosa famiglia andata in guerra a combattere per la libertà, ma più banalmente una grande impresa di assicurazioni che, causa la difficoltà a addossare le rivalse a neo agenti, ogni anno che il buon Dio concede, sembra non riuscire a riallocare 50 milioni di portafogli dismessi. Non ci riuscirebbe per la semplice ragione che – come ha brillantemente spiegato un presidente di gruppo agenti intervenuto al congresso - le rivalse calcolate secondo gli attuali criteri stabiliti dall’accordo A.N.A. 2003, risulterebbero indigeste; eccessivamente elevate rispetto al reale valore economico delle agenzie in cerca di nuovo titolare.
A dirla tutta ed essere onesti sino in fondo, sulla scarsa disponibilità dei giovani a subentrare in contesti “a rischio” ed evitare di suicidarsi, una qualche responsabilità ce l’ha anche lo Sna, il quale a forza di insistere ostinatamente sulla formazione manageriale degli intermediari, ha finito per forgiare una generazione di giovani professionisti, consapevoli dei propri diritti e perfettamente consci delle dinamiche economiche che sovraintendono al mercato dell’intermediazione assicurativa. Nuovi protagonisti poco o nulla sprovveduti e comunque non disponibili a gestire agenzie palesemente a rischio fallimento.
Curiosa è sembrata anche la motivazione per la quale, proprio un rappresentante degli intermediari, abbia sentito il dovere di porre il problema che, a rigore di logica, dovrebbe preoccupare prevalentemente le compagnie e non gli agenti. Secondo l’interpretazione del congressista, gli intermediari dovrebbero affliggersi in quanto i famosi 50 milioni di cui sopra, se non ricollocati uscirebbero dal canale agenziale per andare nelle mani di altri competitor.
Quali siano questi ultimi non è dato di saperlo. Stando ai dati ufficiali dell’Ania, anche per il 2024 l’unico comparto che cresce e mantiene inalterata la propria quota di mercato, guarda caso è quella degli agenti. I famosi altri competitor, sempre secondo i dati Ania: compagnie dirette; bancarie; postali e tutte quelle online, nei rami danni risultano in perdita; diminuiscono i loro portafogli; perdono clienti e, cosa ancora più rilevante, non riescono a scalfire la fiducia che i consumatori riversano verso gli agenti. Da ciò se ne deduce che i 50 o più milioni che non vengono riaffidati, vengono in ogni caso riassorbiti dagli agenti.
Tuttavia, se davvero si vuole salvare il povero soldato Ryan, non serve chiedere sacrifici agli agenti e meno che mai pretendere di scardinare l’accordo A.N.A. Accordo che seppure perfettibile, anche a distanza di oltre 20 anni, rappresenta ancora una grande tutela per gli intermediari. Per ricollocare i portafogli, è sufficiente che le imprese riducano le loro pretese, magari attingendo alle risorse ottenute grazie agli straordinari profitti degli ultimi anni. Le imprese pensassero un pochino di meno alla finanza, anche a costo di distribuire minori utili agli azionisti. Se davvero vogliono facilitare l’ingresso di agenti più giovani, mettano mano alle tabelle provvigionali e le riqualifichino; riducano o abbandonino le remunerazioni variabili legate a parametri indipendenti dalla volontà dell’intermediario. La smettano, una volta per tutte, di trasferire sulle agenzie e “a gratis”, sempre più incombenze amministrative. In una parola: investano soldi veri e smettano di sfruttare e stressare le reti di vendita.
Giacomo Anedda

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