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Giacomo Anedda


♦ "Se non fosse morto, sarebbe ancora vivo", cantavano i commilitoni di Jacques La Palice, soldato francese caduto in battaglia ai primi del XVI secolo e da allora diventato, suo malgrado, sinonimo di ovvio, evidente, incontestabile.
Qualche secolo dopo, in occasione della preparazione ai mondiali di calcio del 2002, i sostenitori di Roberto Baggio, invocano a gran voce il Trap, chiedendogli di convocarlo, essendo ormai completamente guarito dal grave infortunio al ginocchio. Come sempre accade in questi casi, vale a dire quando l'argomento coinvolge il calcio e la Nazionale, l'opinione pubblica si appassiona e segue il dibattito con grande interesse; giornali e giornalisti ne parlano e ne discutono a sfinimento, dividendosi tra favorevoli e contrari.
Tuttavia, nonostante le sbandierate convinzioni, alla specifica domanda: "Lei chi lascerebbe a casa per far posto a Baggio?", un autorevole giornalista sportivo, in quegli anni particolarmente in vista, non ebbe dubbi e la risposta fu: "questo deve deciderlo il commissario tecnico!".
Questi due episodi mi sono spontaneamente tornati alla mente, leggendo l'intervento di un accreditato osservatore e commentatore del mondo dell'intermediazione assicurativa, particolarmente presente sui social che, per l'ennesima volta, incentra la sua analisi sulla crisi del mercato dell'intermediazione assicurativa, attribuendo la maggior parte dei problemi degli agenti alla mancata riforma dell'accordo Ana del 2003. Un accordo vecchio, obsoleto, superato, inadeguato e disallineato rispetto alle esigenze imposte da un mercato profondamente trasformato rispetto a 20 anni addietro.
Ed è a questo punto che ho visto risorgere il buon Jacques; è del tutto evidente che dopo 20 anni, il mercato assicurativo sia cambiato; è ovvio che insieme ad esso anche il lavoro degli intermediari sia cambiato; è indiscutibile che il mondo dell’economica, della finanza sia mutato dopo 20 anni. È lapalissiano e non ci vuole un genio per comprenderlo. 
A fare da contrappeso, anche dopo un lustro, qualcosa è rimasta inalterata: ad esempio l'ipocrisia e l'opportunismo. Infatti, se al noto osservatore si facesse una domanda specifica: "a quale dei diritti acquisti dovrebbero rinunciare gli agenti, per avere un accordo moderno e adeguato?". La risposta, come spesso accade, finirebbe per essere molto meno risoluta e determinata. Messo alle strette, l'interlocutore si barcamenerebbe tra le diverse prospettive e ipotesi, nell’evidente tentativo di non dispiacere a qualcuno; e se messo alle strette con le spalle al muro, sarebbe probabile sentirsi rispondere che "Questo lo deve decidere chi siede al tavolo delle trattative!".
Un sistema per prendere tempo ed evitare di farsi dei nemici. Di apparire osservatore equilibrato e affidabile, senza doversi sporcare le mani esponendo una proposta chiara; una possibile soluzione giuridica che non penalizzi la parte debole dell’accordo; e, meno che mai, spiegare le inevitabili conseguenze a carico degli intermediari, qualora rinunciassero ai diritti sanciti dall’accordo vecchio, obsoleto, superato, inadeguato, disallineato, ecc.
Giacomo Anedda

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