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Marco Vagaggini


♦ La professione, spesso tanto bistrattata, dell’agente di assicurazione è uno dei sogni che ho sempre avuto nel corso della mia infanzia. Il sogno, sempre attuale, è quello che l’agente sia un “libero imprenditore”, cioè un soggetto che, con risorse proprie e con i rischi derivanti dall’attività, porta avanti un’impresa in modo libero.
Spesso però i sogni si scontrano con la dura realtà, dove emerge sempre più spesso che molti colleghi sono “imprenditori”, ma non soggetti così “liberi” come credono o si illudono di essere.
Molte realtà agenziali, infatti, appaiono spesso come soggetti para subordinati delle mandanti. Un po’ per arrendevolezza, un po’ per paura e un po’ per una debolezza cronica, la nostra categoria tende troppo ad impersonificarsi nella compagnia definendola spesso “la mia compagnia”.
Posto che nessun collega che conosco è azionista di maggioranza di alcuna compagnia sul mercato, definire “mia” una cosa che appartiene ad altri appare non propriamente corretto.
In questa sudditanza, mista a beatificazione della cosa altrui, le compagnie ci sguazzano dentro, tenendo spesso gli agenti al guinzaglio, obbligandoli a traguardi commerciali sempre più impegnativi, a incombenze gestionali sempre più onerose e, soprattutto, riservando loro provvigioni sempre più basse e non coerenti rispetto ai costi crescenti sostenuti da quelle micro-imprese che sono le nostre agenzie.
A questo aggiungiamo un altro fattore nel quale le compagnie sono state eccezionali e cioè quello di mettere in competizione sfrenata le diverse realtà agenziali sul territorio che, spesso, non hanno come obiettivo imprenditoriale il proprio tornaconto economico, quanto piuttosto la gara produttiva con il collega della porta accanto.
Questi fattori, sui quali le mandanti hanno lavorato in modo certosino, uniti “alla bomba nucleare” dell’istituto della revoca, hanno reso nel tempo le mandanti sempre più forti e la categoria sempre più debole.
Spesso sento dire che è impossibile difendersi da un ordigno di distruzione di massa, l’unica cosa che si può fare è limitare i danni. Da questo assunto dissento però in modo profondo perché il congegno esplosivo nelle mani delle mandanti potrebbe essere facilmente disinnescabile con la cooperazione e l’aiuto reciproco che il nostro grande Sindacato va predicando da anni. In che modo? Semplicemente non accettando, nemmeno sotto tortura, il portafoglio di colleghi revocati, tanto più se ad nutum. Infatti, l’istituto della revoca funziona e funzionerà come una bomba nucleare, fintanto che ci saranno pseudo-colleghi (permettetemi di definirli tali) disponibili ad accettare il portafoglio oggetto di revoca (sul quale pagano sopra anche la rivalsa!). Un’operazione che, oltre ad essere determinata da una grave scorrettezza etico-professionale, è anche decisamente antieconomica e pertanto non degna di essere definita imprenditoriale.
Il sottoscritto ha vissuto entrambe le esperienze, quella del soggetto al quale volevano assegnare il portafoglio di un agente fatto oggetto di recesso da parte dell’impresa e quella del revocato.
Nel primo caso ho rifiutato e mi sono messo a disposizione del collega per aiutarlo e sostenerlo, mentre nel secondo caso, diciamo che… non mi è stata ricambiata la stessa cortesia, come è accaduto a Piero nella ballata di De André.
E non venite a raccontarmi che “la compagnia ci ha costretto” perché altrimenti distruggete il sogno che avevo da bambino e nel quale credo tuttora: quello che l’agente è un Libero Imprenditore padrone delle sue scelte.
Marco Vagaggini
Componente Esecutivo Nazionale Sna

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